Isobel Campbell & Mark Lanegan

Ballad Of The Broken Seas

2006 (V2) | folk-blues

Vedere questi due nomi accoppiati fa uno strano effetto. Cosa hanno da spartire l'ex cantante degli Screaming Trees e una ex Belle & Sebastian?
Isobel ha lasciato il gruppo dopo "Storytelling", probabilmente per insanabili divergenze artistiche. Se ne è andata senza far rumore, secondo i modi gentili ai quali ci aveva abituati anche in seno alla band di Stuart Murdoch. Ha dato vita ad "Amorino", un primo album solista che aveva surclassato per qualità e fantasia "Dear Catastrophe Waitress", il disco dei Belle & Sebastian uscito quasi in contemporanea. L'accoglienza è stata delle più varie: qualcuno ha salutato la nascita di un nuovo talento del pop al femminile, qualcun altro ha continuato a non sopportare la sua voce e, secondariamente, il suo songwriting. Mark Lanegan, invece, non ha certo bisogno di presentazioni: gli Offlaga Disco Pax ci ricordano che è molto più conosciuto di quanto non si possa supporre…

Nomi distanti, dunque, ma che intriga leggere abbinati. Della loro collaborazione si immaginano tanti esiti diversi. In ogni modo, insieme li avevamo già sentiti in una canzone di lei, "Why Does My Head Hurt So?", contenuta nell'Ep "Time Is Just The Same". La storia ufficiale vuole che tutto sia nato da un incontro in occasione del concerto di Lanegan a Glasgow. Lui lancia l'idea di un disco in coppia, lei la raccoglie e la mette insieme, occupandosi della produzione e di dar vita a un progetto che li impegna per i primi mesi del 2005, separati da un oceano e otto fusi orari a scambiarsi file musicali, registrazioni e idee grazie a internet.

A dispetto del titolo e della sua storia, però, in questo "Ballad Of The Broken Seas" c'è molto più deserto che mare. O se preferite, più Costa Ovest che Highlands. Molto Lanegan e poca Campbell, insomma, a dispetto di un'intestazione che vede l'ex violoncellista dei Belle & Sebastian davanti al buon Mark. Ma forse è solo per ossequio all'alfabeto. La dolce Isobel non si impone, e Lanegan è sempre lui: un po' crooner del deserto, un po' maledetto, un po' Johnny Cash moderno. Come una coperta troppo stretta, le composizioni finiscono spesso più dalla sua parte che da quella della partner. E Lanegan si impadronisce con facilità di ballate che, per la loro natura fra folk, blues e country, sembrano più composte per lui che per lei.
Tuttavia, e non ce ne vogliano gli ammiratori dell'uomo di Ellensburg, anche quando il brano sulla carta non è migliore degli altri, basta che canti la sola Campbell perché sembri più interessante. E' il caso di "Black Mountain", "Dusty Wreath" (ancora un atto d'amore per le colonne sonore italiane degli anni 60) e "Saturday's Gone", ispirata alla vita di Marianne Faithfull. Quando il contrasto fra le due voci anima la canzone piuttosto che appesantirla la coppia funziona, come nell'iniziale "Deus Ibi Est", in cui si fondono amore e guerra, o nella title track, in cui Isobel si limita al controcanto.

Avrete tuttavia capito che non siamo di fronte all'opera squisita che potevamo forse aspettarci, anzi. Ci sono scelte che lasciano perplessi. Il singolo, per esempio, è "Ramblin' Man", una cover di Hank Williams. Perché scegliere l'unico pezzo non originale dei dodici, se non perché si è poco convinti del resto? E poi cerchiamo di essere sinceri: Hank Williams non si tocca, ma questa versione di "Ramblin' Man" è tutt'altro che trascendentale. Si può ancora inserire la frusta in una canzone country dopo che in "The Blues Brothers" era stata utilizzata da John Belushi come caricatura della musica dei cowboy nella scena in cui suonano la sigla di "Rawhide"? Va bene, l'intento di Campbell & Lanegan era probabilmente ironico, ma non sempre l'esito corrisponde all'intenzione, e non è "Ramblin' Man" l'unico caso. "(Do You Wanna) Come Walk With Me?", ad esempio, è un piccolo blues fatto di niente, un po' alla Tom Waits, ma se manca anche la voce di Tom Waits non rimane molto.

In conclusione, da questa collaborazione esce un disco non eccezionale, che tradisce parte delle aspettative, ma certamente non malvagio, perché i due nomi coinvolti riescono a giocare bene anche carte poco buone, i testi sono ampiamente sopra la media di quelli che ci tocca spesso ascoltare, alcuni brani hanno esiti felici. D'altro canto, e purtroppo sono difetti che incidono sull'esito finale, non si evitano una certa pesantezza e un senso di monotonia che non passa nemmeno dopo numerosi ascolti.
Quella che avete appena letto è comunque solo l'opinione di chi scrive. "Ballad Of The Broken Seas" è costruito di modo che potreste anche odiarlo, o magari adorarlo.

(17/12/2006)

  • Tracklist
  1. Deus Ibi Est
  2. Black Mountain
  3. The False Husband
  4. Ballad Of The Broken Seas
  5. Revolver
  6. Ramblin' Man
  7. (Do You Wanna) Come Walk With Me?
  8. Saturday's Gone
  9. It's Hard To Kill A Bad Thing
  10. Honey Child What Can I Do?
  11. Dusty Wreath
  12. The Circus Is Leaving Town
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