Neal Casal è un cantautore ai margini, ma che pensa in grande (Ryan Adams è in ascolto?), e "No Wish
To Reminisce" n’è la palese dimostrazione. Passato il dolce trastullarsi
roots-country di "Leaving Traces" (2004) e "Return In Kind" (2004), o
quello degli esordi di "Fade Away Diamond Time" (1995) e "Field Recordings"
(1997), o ancora in coppia con Kenny Roby ("Black River Sides", 1999) o in
gruppo con gli Hazy Malaze (omonimo del 2002 e "Blackout Love" del 2005), Casal
decide di ampliare la fattezza melodica delle sue canzoni tramite un muro di
suono ben più vicino alle hit da classifica che al sentimento che ha
mostrato - seppur con esiti incerti - di possedere.
Il disco, così,
sciorina placidamente canzoni piene di timbri (harmonium, archi, chitarre
distorte), power-ballad Lennon-iane ("You Don’t See Me
Crying") e acid-rock bonari come Kinks
all’ingrosso ("Sleeping Pills In Stereo"), brani di beat fasullo
sconfinanti in un easy listening orchestrale a unificare con faciloneria
Burt Bacharach a Jens Lekman
("Death Of A Dream"), e brit-pop ampollosi con canto a rimembrare il passato
alt-country e l’elettrica a scimmiottare timidamente una pedal steel
d’annata ("Grand Island"). Nemmeno "Too Far To Fall", altra mielosa ballata
guidata da una chitarra jingle-jangle , e "Sundowntown", ancora
sospirante di vaghi accenti country-pop à-la My Morning Jacket, ma
annacquati in una mega-sortita sentimentale degna di Phil Collins e degli Eagles più sbrodolosi, sanno offrire
di meglio.
Meglio rivolgersi al centro dell’album, laddove il nostro si
dimostra in grado di cesellare perle di scrittura come "Remember What It’s
Like", introdotta da un clavicembalo e sviluppata secondo registri emozionali
(marcetta psych, valzer acido e pop languido), e di far funzionare a pieno
regime gli arrangiamenti esosi, come pure nell’harrisoniana "Lost Satellite", per voce,
acustica e fantasmagorie dolenti di contorno.
C’è poi la straniante chiusa
di "Saw Stars", strumentale alle prese con una chitarra vagabonda tra glissando
sovraincisi e variazioni armoniche oniriche (ovviamente mal sfruttata perché
posta in fondo a un album interminabile).
Il problema è che si ripiomba in
tutta fretta e senz’appello nella banalità dei richiami leziosi alla "I Believe
In You" Young-iana ( cfr.
"After The Gold Rush")
presenti in brani come "Traveling After Dark", o nelle atmosfere scontate, nelle
linee vocali irritanti, negli ammiccamenti commerciali di "Down A Strange
Street", "Freeway To The Canyon" e "A Message You Can Send".
Ennesimo
tassello del già errabondo carnet discografico del cantautore, deludente
nonostante i lussuosi arrangiamenti, gli ottimi strumentisti e la produzione di
Michael Deming. Forse Casal convince di più come fotografo alle prese con
sanguigni scorci d’urbanità ( cfr. sito ufficiale).


