Quarto album per l’ enfant prodige Christopher Carabba e la sua band.
Dopo il semiacustico “The Places You Have Come To Fear The Most”, il più aggressivo “A Mark A Mission A Brand A Scar” e la partecipazione, con il brano “Vindicated” alla colonna sonora del film “Spider Man 2”, che ha dato a Carabba notorietà internazionale, era prevedibile che la band facesse una brusca sterzata verso il circuito più commerciale.
Il nuovo album “Dusk And Summer” in effetti, è principalmente composto da ballate lacrimevoli e da storie di amori finiti e di altri appena sbocciati, prima urlate e poi sussurrate dalla splendida voce di Carabba, che hanno le carte in regola per conquistare principalmente un pubblico di teenager dal cuore infranto.
Ma a pensarci bene la formula Dashboard Confesional è sempre consistita in questo, poco importa se proposta in chiave acustica, o contornata da rabbiose chitarre elettriche.
I Dashboard Confessional nascono come band emo , ma “Dusk And Summer” è emo solo nei contenuti, e ben poco nella forma, che è un pop tradizionale, vellutato e patinatissimo (i produttori sono Don Gilmore e in alcuni pezzi Daniel Lanois).
“Dusk And Summer” è un'opera tutto sommato onesta, che ripropone con minime varianti la formula vincente dei dischi precedenti, e che conferma il leader della band come un novello Peter Pan, che, alla soglia dei trent’anni, si impegna ancora a scrivere di storie d’amore andate in pezzi, e delle nottate passate svegli a piangere sui ricordi di una ragazza che non tornerà mai più.
A dire il vero l’ incipit dell’album fa temere il peggio: “Don’t Wait” è un singolo perfetto quanto banale, contraddistinto da un ritornello ripetuto sino allo sfinimento e da un coretto in sottofondo abbastanza irritante.
Poi l’album si riprende abbastanza bene con “Reason To Believe”, tra i pezzi più aggressivi del lotto, ma soprattutto con brani come “The Secret’s In The Telling”, prototipo del pezzo pop perfetto, la delicata “Stolen”, la potente “Rooftops And Invitations” e la ballata a combustione lenta “So Long So Long”, che vede la partecipazione del cantante dei Counting Crows Adam Duritz, che parte lentamente, solo pianoforte e voce, per poi esplodere nel finale urlato.
“Currents” è un altro bel brano tenero e toccante, mentre convince poco la successiva “Slow Decay”, probabilmente il brano più tetro, ma meno riuscito, del disco.
La title track, chitarra e voce, è quella che si avvicina di più alle sonorità di “The Places You Have Come To Fear The Most”, ed è un bel esempio di ballata intimista e depressa, mentre la conclusiva “Heaven Here” (sarà un caso che pure le immagini del booklet richiamino “Heaven Up Here” degli Echo And The Bunnymen?) è forse il pezzo più coraggioso del disco: chitarra sognante alla U2, batteria sorda, ritornello epico, peccato che sembri finire sul più bello.
Sono in molti a odiare la musica di Christopher Carabba, ed è facile intuirne i motivi.
I Dashboard Confessional, a parere di chi scrive, sono un gruppo che invita alla regressione. Bisogna tornare ai nostri primi amori, a quando avevamo quindici anni e pensavamo di essere i più sfigati del liceo, per poter apprezzare appieno un lavoro come “Dusk And Summer”, un album sì smaccatamente commerciale, ma per questo dal valore ancora più universale.
Prendere o lasciare.
29/08/2006