Destroyer

Destroyer's Rubies

2006 (Merge Records) | rock

"Destroyer's Rubies" è un tentativo di scrivere il "Blonde on Blonde" del Duemila, riuscito al 15%. Quindi, è un buon disco. La recensione potrebbe e dovrebbe finire qui.

In un panorama dove la noia da eccesso d'offerta la fa da padrona, si tratta di un disco atteso assai da quelli che avevano ascoltato il precedente "Your Blues", uscito un anno e mezzo fa: trattavasi del classico (ma raro) disco del quale non si ha mai abbastanza. Decadente ma non peloso e pieno di sintetizzatori di quelli giusti che inquadravano una decina di motivi pop di ottima fattura, emanava la freschezza della bella ragazza che ad una festa respinge i corteggiatori uno a uno: e come lei, anche il disco seduceva l'ascoltatore, lasciandolo altresì con l'acquolina in bocca. I più impazienti saranno andati a ripescare i (cinque) dischi precedenti, scoprendo che "Your Blues" era un'eccezione sexy nell'opera di un cantautore acustico del Canada occidentale: e infatti ad un'impalcatura pane e salame si torna in "Rubies".

Destroyer è Dan Bejar più una manciata di validi strumentisti. Sì, è quello che scrive per i New Pornographers. Il punto è che se "Your Blues" incantava per poi piantarci in asso, "Rubies" è una chiacchierata di un'ora scarsa con la fanciulla di cui sopra. Se quello era un divertissement chiuso in punta di fioretto, che lasciava intravedere un talento formidabile, questo è il monologo cappa e spada di chi anela mostrarci la propria poetica tutta: a rischio di divenire noioso. Probabilmente Bejar aveva in mente un'opera definitiva: e prima di sparare vigliaccamente da cecchini quali siamo, tanto di cappello per il coraggio. Poi la prima cartuccia: era meglio quando c'avevi piantato sul più bello.

In "Rubies" contano i testi, il che non vuol dire che la musica sia brutta: essa costruisce un'occasione ideale. Ha colto nel segno il tizio che ha detto che "Rubies" pare fatto apposta per essere analizzato come fosse letteratura anglosassone: tra righe scazonti, veloci e mal pronunciate sorge spontaneo il desiderio di un quadro completo di rimandi, citazioni colte, motivi ricorrenti. Per fortuna al seguito di Bejar manca per ora una sufficiente schiera di esegeti, e sull'architettura interna del disco si è costruito solamente un drinking game . A grandi linee distinguiamo: suites due, l'iniziale eponima "Rubies" e "Looters' Follies" poco più avanti, che fanno un quarto d'ora abbondante; personaggi ricorrenti tre, un pittore, un prete e una donna; citazioni o parafrasi assortite in tracce, prevalentemente dai classici; spunti polemici e sardonici, come se piovesse (contro la critica, contro l' establishment , contro il pensiero forte). E' a questo punto, giusto prima di arrivare a "Dangerous Woman to a Point" (intestazione che sembra uscita da un generatore automatico di titoli dell'ebreo anch'egli provinciale), che anche un sordo preverbale griderebbe il nome di Bob Dylan. Un minuto secondo dopo però mi chiedo: ma il wit (genio, brillantezza, poesia, chiamatelo come volete) non è davvero tale quando si estrinseca per forme, se non comprensibili, quantomento conoscibili immediatamente da chiunque? Non ho bisogno di un BA in Eng. Lit., né di plurimi ascolti, per entusiasmarmi di fronte a "Visions of Johanna"; ma credo che neppure un dottorando griderebbe al miracolo per lo sforzo di Dan Bejar.

Sono contento quando, verso due terzi del disco, Bejar si ricorda che vita d'artista o d'imitatore poco cambia (cito qui un suo verso). E che di conseguenza i bardi di cui si tramanda leggenda sono gli stessi cazzoni da osteria di cui lui era perfetta epitome, magari quando se ne stava a Madrid. Ecco allora, seppur in un continuum strumentale col resto del disco (ovvero piano e fiati più schitarrate elettriche), ricomparire schizzi pret-à-porter di buona fattura, canzoni, ed orecchiabili, in luogo di suites un po' esagerate. Risultato: a ben guardare, c'è più sostanza musicale nella vagamente autobiografica "Priest's Kiss" che nel lick di quattro note anticipato da pedale e rullante che tiene insieme "Rubies"; di più, c'è più letteratura lì dentro (o nel quasi- anthem "3000 Flowers", che apre questo percorso alternativo) che nella piuttosto indecifrabile "European Oils". E, neanche tanto paradossalmente, il pezzo più vicino a quello che credo Bejar volesse fare rimane in bilico tra le due anime del lavoro: è "Dangerous Woman up to a Point", canzone sinceramente malinconica e dall'attitudine rilassata, finalmente favola e in quanto tale semplice e financo formulare: ossigeno, e conferma di talento.

A parere di chi scrive, per comporre un capolavoro ci vuole anche fortuna quanto basta: il polemista delle foreste selvagge dell'Ovest il cui disco esce quando è stato appena eletto primo ministro un suo vicino di casa non si può dire ne abbia. Destroyer ci lascia quindi il progetto non magistrale di una cattedrale, una specie di "Tales from Topographic Oceans" del rock letterato nordamericano; ma ci lascia anche rivedere sprazzi frequenti di quel talento melodico di cui sapevamo (e in cui speravamo), cui aggiunge una certa sapienza come affabulatore, quando vuole. Poi, siccome sono uno di quelli che giudica i tuffi soprattutto dagli spruzzi sollevati, e il pezzo conclusivo è ottimo, una formidabile impressione di Bejar che entra con la voce in ritardo su una quanto mai accattivante impalcatura blues, metto pure un bel voto.

(17/12/2006)

  • Tracklist
  1. Rubies
  2. Your Blood
  3. European Oils
  4. Painter In Your Pocket
  5. Looters' Follies
  6. 3000 Flowers
  7. Dangerous Woman Up To A Point
  8. Priest's Knees
  9. Water Colours Into The Ocean
  10. Sick Priest Learns To Last Forever
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