Fine Before You Came

Fine Before You Came

2006 (Black Candy/I Dischi Dell'Amico Immaginario) | post-rock, emocore

I Fine Before You Came si formano a Milano agli inizi del 2000. Quello del loro primo album, "Cultivation Of Ease" (Greenrecords, 2001), è un post-emo-screamo scalmanato, a richiamare Van Pelt (tanto che il loro nome è tratto da un verso di una loro canzone) e la prima incarnazione di Guy Picciotto (Rites Of Spring), tanto impostato dalla vitalità del frontman Jacopo, quanto dal robusto backing di chitarre e sezione ritmica (in special modo la batteria di Filippo). Il secondo disco, "It All Started In Malibù" (Greenrecords, 2003), lo split con i Mrs Fletcher, e soprattutto l’intensa attività live (anche internazionale) divengono elementi decisivi in grado di mettere in discussione il loro suono fin nelle fondamenta (post-)hardcore da cui è partito.

E’ durante una di queste date live estere che la band comincia a progettare il terzo disco. A tutti e cinque è chiaro fin da subito che dovrà trattarsi di un album concept : di una storia, per la precisione, una storia d’abbandono e di solitudine, finanche d’alienazione e di nevrosi urbana. L’idea prende talmente piede che la transizione dei FBYC arriva fin dalle parti del suono alienato per eccellenza, il post-rock di Louisville (Slint, Bitch Magnet, Bastro), e la loro volontà comunicativa fino a considerare altri due medium come parte integrante del progetto: la parola scritta e le immagini in movimento.
Nel 2005, quindi, dopo lo split con gli As A Commodore (dal quale il lungo "Troubles", già carico di fluida inquietudine, costituisce un’ultima prova preparatoria), la band appronta una storia in capitoli e contatta Antonio Rovaldi (fotografo e videomaker ) allo scopo di realizzare un cortometraggio per immagini e colonna musicale, liberamente ispirato a detti capitoli.

Storia recente (marzo 2006) è dunque l’uscita del terzo lavoro - omonimo - a nome Fine Before You Came. In primis viene l’album vero e proprio, la musica. L’attacco di "A City" fuga ogni dubbio: pare che i FBYC siano appena usciti da un bagno catartico a base di Slint e suono "post" (alcuni sparuti tocchi electro in post-produzione) più genuini, anche se Jacopo continua a sgolarsi come un tempo, mantenendo acceso il climax di dramma tra math-rock e rarefazioni dinamiche. Così "Moving Units" e i suoi incastri inquieti e inquietanti tra i Sonic Youth di "Sister" e - ancora loro - gli Slint dell’incanto "Spiderland", e i bisbigli electro su arpeggio estatico di "Mother, Goodnight", la batteria tribale e la frattura armonica di "The Man Feels Manly", gli impasti metallico-geometrici tra batteria e chitarre all’attacco di "A Promise". "A New Routine", "The Monster Spoke" e "Water" sono invece brani interlocutori, sia a causa di vocals talmente sconsiderate da risultare quasi superflue all’andamento del suono, che per una certa ripetitività di stimoli.

Il doppio finale, simbolizzato dal beethoveniano binomio domanda-risposta (cfr. Quartetto per Archi op. 135) "Is This The End?"-" This Is The End", organizza tanto uno Jacopo in duetto con la batteria e tocchi lontani, quanto - all’opposto - una strumentazione rabbiosa in primo piano e la voce lontanissima in perpetua dannazione. Questo stesso allontanamento della voce, l’uomo e la sua vitalità, è dunque il primo approccio alla visione del Dvd allegato al disco, "I Was Fine Before You Came". La paralisi alienante arriva così a mostrare, in nemmeno 12 minuti d’immagini in bianco e nero (e qualche breve sequenza a colori), scorci metropolitani (una New York algida e metallica, domestica e apocalittica), frame-stop di volti di manichini in straziante oblio, strisciate di risacca balneare, ponti, sottoscala mitragliati da pioggia perpetua, e soprattutto alludendo solo in parte alla figura umana, un pozzo senza fondo di perdizione morale.

Apre e chiude l’opera il piano-sequenza in due spezzoni del tentativo, sbiadito e stanchissimo, d’imprimere sulla condensa della doccia il motto archetipico di "I Was Fine Before You Came". La band, da par suo, organizza piece strumentali che riprendono liberamente temi e atmosfere del disco (tre i capitoli: "A City", "A Day" e "Water"), calando i toni per non intralciare le immagini. Completa il tutto, infine, la lettura dei brani di storia presenti nel booklet .
Anche se scricchiolante in più punti, e con una parte narrativa spesso troppo facilmente oscura, è (a memoria d’uomo) uno dei progetti più compiuti del rock italiano. Assieme alle radicalità ambient-fuzz dei tardi With Love, riesce a fare tabula rasa tanto nel catalizzare una linea precisa, omogenea e coerente (il titolo omonimo, la concertazione tra mezzi e canali percettivi, il percorso più o meno lineare di lettura) di stimoli e spunti ibridi del rock underground tout-court , quanto nel ridestare l’enigma di un suono (le sperimentazioni del Kentucky) e di porlo su un piano ancor meno sostenibile di rarefazione emozionale. Assieme a Rovaldi, c’è il supporto di Mirko Barbaglia. Packaging e artwork splendidi.

(07/05/2006)

  • Tracklist
  1. A City
  2. A Day
  3. Moving Units
  4. Mother, Goodnight
  5. The Man Feels Manly
  6. The Monster Spoke
  7. A New Routine
  8. A Promise
  9. Water
  10. Is This The End?
  11. This Is The End
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