David Gilmour

On An Island

2006 (Capitol) | psych-rock

Questo disco dimostra innanzi tutto una cosa: a volte per capire un disco non importa ascoltarlo, basta guardare la copertina. Un blu rilassante e profondo, sullo sfondo la figura di Gilmour su uno scoglio che osserva il volo degli uccelli, nel booklet immagini pastorali, di quieto e lirico romanticismo nordico, David rilassato con amici o che si avvia in un bosco mano nella mano con sua moglie.
Ha compiuto il 6 marzo di quest'anno 60 anni. Per lui non è più tempo di psicodrammi esistenziali, non è più il tempo della follia e della letteratura, non più muri e allegorie animali.
E' arrivato il tempo della quiete e del ripegarsi negli affetti, il tempo di una serena e matura malinconia, dolcificata dal successo, come addolcita dalla ferma consapevolezza dell'età, forse appena screziata della sottile inquetudine dei ricordi.
"A Quiet Desperation Is The English Way" cantava.

Un ricco veterano delle guerre psichiche (citazione, lascio la fonte a voi), reduce da una delle grandi avventure della musica popolare del ventesimo secolo.
Il disco è tutto qui, la sua anima sono le sottili e apparentemente disimpegnate ballate semiacustiche che ne costituiscono la cifra stilistica più immediata, dalla quasi iniziale title track, probabile singolo, con le voci di Crosby e Nash sullo sfondo, orecchiabile e sovrastutturata, o come la successiva "The Blue", vaporosa, edulcorata, un po' soporifera, o come il trittico finale di "Smile", con quella chitarra acustica che rimanda diritti al sound di "Meddle", di "A Pockeful Of Stone", archi dolciastri e andamento meditabondo, e della finale "Where We Start", forse il brano migliore del disco, compassato e lirico.
In mezzo un patchwork senza capo né coda ("Take A Breath"), una bellla ipotesi blues ("This Heaven") e alcuni strumentali, tra cui l'afflato metafisico dell'iniziale "Castellorizon" e la bella "Then I Close My Eyes", quasi un'outtake di "More" o di qualche freakeria alla Popol Vuh, se non fosse per la tromba finale, suonata nientepopodimenoché da Robert Wyatt.

Insomma, un discreto disco in pieno disimpegno di una rockstar senescente che specula sugli ultimi scampoli di carriera? Forse.
Eppure dopo ti ritrovi a non trovare biglietti per i concerti italiani, tutti sold out da tempo, in barba a tutti i suffragetti della modernità e delle sue meraviglie.
E poi, a ben ascoltare, sottotraccia, in tutto questo understatement a volte mieloso, dietro magari agli innumerevoli soli di chitarra satura e piena di personalità, questi sì pinkfloydiani fino in fondo (e come potrebbe essere altrimenti?), si può avvertire distintamente la risata amara e sarcastica di chi vive nel lato oscuro della luna.
Perché è da lì, in fondo, che proviene ancora questo disco.

(19/03/2006)

  • Tracklist
  1. Castellorizon
  2. On An Island
  3. The Blue
  4. Take A Breath
  5. Red Sky At Night
  6. This Heaven
  7. Then I Close My Eyes
  8. Smile
  9. A Pocketful Of Stones
  10. Where We Start
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