Riuscire a far confluire in un’unica tessitura diverse scuole di
pensiero, diverse produzioni, e nasconderle nei giusti ricami, è stata l’abilità
maggiore di Clara Hill. La bellissima ragazza, cresciuta tra house e acid-jazz,
è riuscita negli anni a livellare una capacità interpretativa fuori dal comune.
Comincia giovanissima a cantare, appena adolescente, con il mito di Madonna nella testa e tanti sogni da
realizzare. Con il passare del tempo, arrivata all’età di 17 anni, mette insieme
un gruppo chiamato Superjuice, con un amico di vecchia data. Dà il via a una
serie di concerti all’interno dei club di Berlino che contano e la fama della
sua ugola si spande fra i giri importanti.
Dopo l’incontro con tale Dj Alex,
componente dei Jazzanova, prende corpo fra loro una forte stima reciproca dal
punto di vista artistico e da qui in poi la strada di Clara sarà solo in
discesa. Arriva la collaborazione con i signori dell’house, i Masters At Work,
arrivano i concerti con la sua nuova band, gli Stereoton, giunge infine il suo
album di esordio, il sogno di una vita, chiamato “Restless Time”. Un’opera
ambiziosa e sinuosa, splendidamente ingenua, da consumare nei suoi più piccoli
particolari.
Questo “All I Can Provide”, rispetto al precedente, si
mostra molto più curato dal punto di vista dei dettagli, si manifesta
un’apertura netta verso simbiosi electro-pop di svariata natura, sempre
percorsi da una forte vena jazz, intrisi da una voce che sa di soul bianco fin
dalle più piccole parole. Una disarmante delicatezza al canto funge da cornice
barocca alle tecniche elettroniche, mai muscolose, che ne tratteggiano i bordi;
al centro un involucro di fusioni eleganti e attraenti, sempre distinguibili per
la ricercatezza sonora.
Le esperienze del passato vengono gestite con
classe, prendiamo ad esempio “Hard To Say”: in ogni suo passaggio la Hill
adopera espansioni melodiche, gemelle dei sodalizi passati con Masters At Work;
l’incontro con Slope (“Just Let Me Know”), quindi, diventa ancor più avvincente
e sensuale. Stessa direzione per “Did I Do Wrong”. Qui c’è ancora più spazio per
aprirsi a un luminismo vocale ed elettrico, maggiormente articolato; il ritmo
digitale, imposto da King Britt, non abbandona (quasi) mai gli accenni soul
della Hill. Spesso queste formule erano la ricchezza estetico-musicale dei
ricevimenti post-sfilata, delle celebrazioni altolocate parigine. Le limitazioni
di quei suoni oggi vengono messe da parte, si vira verso una maggiore
naturalezza dell’elemento (sonoro) “fashion”.
In “All I Can Provide” la cura
del beat si svincola dalle cristallizzazioni, maturando una flessibilità
pop che sposa pienamente le strutture melodiche della “canzone” odierna. I
cinque minuti di contaminazioni Sylviane di “Endlessly” sono
sufficienti per elevare l’intera caratura del disco, grazie anche al nichilismo
esotico inferto da Sandboy.
Convulsioni acide e irrisorie si fanno largo nel
pezzo d’apertura, “What For”, una cantilena malsana e ossessionante. D’altronde,
quando a metterci le mani c’è un certo Meitz, asso del future-jazz ed
eminente figura del remix trasfigurante, il risultato non può che essere
eccellente.
Rimarcare ulteriormente le capacità di adattamento vocale della
Hill risulta a questo punto noioso e ripetitivo. Sempre e comunque di ottima
qualità le sue esecuzioni.
Arrivati fin qui, tutto ciò a cui “noi”
possiamo provvedere, non è nient’altro che integrare le nostre fragili movenze
alle grazie sonore della seducente Clara, ringraziandola, magari, con un
semplice “merci tresor”.
