Lambchop

Damaged

2006 (City Slang) | alt-country, alt-folk

I Lambchop possono essere benissimo definiti un'istituzione della musica indipendente degli anni Novanta. Il suo baritono suadente, la grazia degli arrangiamenti, la purezza del songwriting hanno reso Kurt Wagner uno dei maggiori autori di canzoni in assoluto, forse soltanto un gradino sotto i giganti.
L'ultimo "Aw C'Mon/No You C'Mon" era una sorta di auto-celebrazione, un doppio disco ad alta frubilità, incentrato sulla melodia e sul piacere. L'album, però, non costituiva certo la chiusura della carriera di Wagner, che torna dunque per il 2006 con "Damaged", dieci composizioni in cui i Lambchop - rispetto all'alt-country da cui erano partiti e al pop-rock cui erano giunti - apportano l'ennesima variazione a tema (formale ma non sostanziale), ossia danno vita a una canzone meno immediata, più intangibilmente di classe, introversa, con gli arrangiamenti orchestrali usati in modo classico.
Probabile che ciò sia dovuto al fatto che "Damaged" nasce sull'onda emotiva degli eventi personali vissuti da Wagner (definiti da lui stesso "deep, dark and heavy"), finendo così per essere un lungo flusso di coscienza, anche grazie al suo suono unico, che si poggia sul caldo recitato dell'autore, sui delicati accompagnamenti e sulle emozionanti soluzioni strumentali che animano i brani.

Il disco è aperto da un minuto di filo elettronico che va in vortice ad abbracciare la strumentazione acustica e sfocia in "Paperback Bible", melodia intima e preziosa su dolci arpeggi di chitarra e note di piano, con i violini che entrano a inondare a sprazzi il brano, disteso su quasi otto minuti di lunghezza.
La linearità inizia a venir meno subito, sin da "Prepared [2]", altrettanto bella ma più tremolante e insicura nell'incedere, e riportata puntualmente a galla prima di sprofondare nell'abisso da inserti di orchestra. "The Rise and Fall of Letter P" fa invece un passo indietro, a metà fra le atmosfere più fresche del disco precedente e quelle inquiete dei primi brani di "Damaged", luccicosa e gioviale, con i primi accenni di country e di fiati.
I rimasugli country si concretizzano in "A Day Without Glasses" dove soffi di slide si alternano a serie di arpeggini frizzanti e veloci. E' la prova generale all'apice del disco, "Beers Before the Barbican", in cui il meraviglioso e riflessivo giro di chitarra dialoga con intrusioni di fiati e lievi laser elettronici.
"I Would Have Waited Here All Day", garbata e piacevole, e la buona "Crackers", ritmata da un basso giusto un po' saltellante, con invasioni di mellotron, smorzano un po' l'intensità dei toni. "Fear" con il suo impasto di piano, chitarra e contrabbasso su colpi di tamburi abbraccia con quiete i timori, mentre "The Decline of Country and Western Civilization" chiude l'opera con susseguirsi di violente (commisurate il termine ai Lambchop) esplosioni che sanno parecchio di liberazione.

Termina così "Damaged".
L'ascolto è tutt'altro che semplice, anzi è piuttosto ostico, e forse il disco è troppo ripiegato su di sè per essere pienamente brillante, ma ripaga profondendo, come sempre, gioia di vivere e benessere.
Cambiare qualcosa per non cambiare assolutamente nulla.
In parole povere: il solito gran bel disco dei Lambchop.

(28/06/2006)

  • Tracklist
  1. Paperback Bible
  2. Prepared [2]
  3. The Rise And Fall Of Letter P
  4. A Day Without Glasses
  5. Beers Before The Barbican
  6. I Would Have Waited Here All Day
  7. Crackers
  8. Fear
  9. Short
  10. The Decline Of Country And Western Civilization
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