OndaRock



1. Orphan Of Zhao
2. At Madam Plum's
3. Top And The Ball
4. What A Fucking Lovely Day
5. Auntie Toothache
6. It's Hard To Be The Emperor
7. Sounds Expensive
8. Red Shoes
9. Fan Dance Cha Cha
10. Little Maiden Of The Sea
11. Ukelele Me
12. Train Song
13. Little Hebrew Girl
14. Shall We Sing A Duet
15. Song Of The Humble Serf
16. Collar And The Garter,BR> 17. Shall We Sing A Duet
18. Sorry Wrong Show
19. Storks
20. In The Spring When I Was Young
21. Ugly Little Duck
22. And He Would Say...
23. World Is Not Made Of Flowers
24. Behold The Lowly Centipede
25. In China Said The Moon...
26. Hail Son Of Heaven



STEPHIN MERRITT

Showtunes
(Nonesuch) 2006
operetta, pop, soundtrack
Per chi scrive, Stephin Merritt è un genio del pop. Il cosiddetto "Signor Magnetic Fields", infatti, ha tirato fuori dal cilindro alcuni fra i dischi più romantici, più eclettici, più personali e autoironicamente languidi dell'ultimo decennio di musica pop americana. Quest'anno Stephin non si reincarna in nessuno dei suoi numerosi eteronimi (per amor di cronaca: The Magnetic Fields, The 6ths, Future Bible Heroes e The Gothic Archies), ma si firma col nome di battesimo, in un disco solista piuttosto singolare. "Showtunes" è, come il titolo rivela, una collezione di siparietti composti da Merritt per il commediografo cinese Chen Shi-Zheng, e, nonostante la Nonesuch sia un'etichetta che pubblica album bona fide (basta un'occhiata al parco-artisti), c'è da stupirsi di come egli sia così padrone di sé stesso da potersi permettere non solo di musicare tre opere teatrali cinesi, ma di pubblicare un disco di 26 mini-operette. E per operette intendo proprio quelle piccole arie di tradizione lirica, sdrammatizzate dall'interpretazione pittoresca degli attori e dall'assenza di orchestra sinfonica. Quelle di Merritt sono vieppiù particolari, perché agli strumenti della morbida tradizione musicale del south-west Usa a lui tanto cari (banjo, liuto, zither, ukulele) aggiunge una buona dose di suoni orientali (suonando strumenti tradizionali cinesi come la pipa, il jinghu, lo yangqin e l'erhu o violino cinese), oltre alle sue solite ecletticità (uke, marimba e altre bizzarre percussioni).

Io non sarò un'esperta di teatro cinese, ma nonostante le versioni "occidentalizzate" delle opere di Zheng (tra cui la osannata "The Orphan Of Zhao") da cui attinge questo disco, è certo che si tratta di un teatro a forte ritualità, con attori che sembrano maschere e schemi recitativo-musicali molto definiti come succede per il teatro kabuki. Non è la prima volta, a ben guardare, che il Nostro mostra interesse per questo genere musicale, e forse chi possiede il leggendario "69 Love Songs" dei Magnetic Fields si ricorderà di un pezzo come "King Of The Boudoir".

Ecco, si tratta di 26 canzoni di quel genere lì, se non maggiormente paradossali nel contrasto tra la musica e i testi, che spesso piegano verso il comico-grottesco, come negli episodi letteralmente fantastici di "At Madam Plum's" oppure "What A Fucking Lovely Day". Ma, superato lo shock delle voci in falsetto, si trovano anche temi difficili trattati con una delicatezza impareggiabile: "The Little Hebrew Girl" (il conflitto religioso), oppure "Sorry, Wrong Show" (il suicidio), senza dover fare a meno delle leggendarie merrittiane pillole di romanticismo pop quali "Shall We Sing A Duet?" e "Ukulele Me!". Stephin Merritt incornicia il teatro cinese con delle melodie fuori dallo spazio e dal tempo, disegnando a occhi chiusi arrangiamenti insieme classici e originali. Vedere in copertina il faccione di Stephin trasfigurato dalla pesantezza del costume e del trucco strappa un sorriso, ma anche un po' la saudade di non poterlo vedere dopo la posa, nell'atmosfera complice e intima delle sue canzoni e del camerino, quando va a togliersi i trucchi di scena come il clown Charlie Chaplin in "Luci della ribalta".

Il voto è politico, perché non si può dare un numero arabo a uno spettacolo cinese.