Dura la vita del pioniere musicale: basta poco, una manciata di anni, e si passa dall’avanguardia alle retrovie in un batter d’occhio, e più passano gli anni più ci si ritrova a dover fare a gomitate con le nuove generazioni per trovare un po’ di spazio vitale, generalmente ignorato da tutti tranne più o meno numerosi gruppi di fan fedelissimi. Gary Numan, uno che “all’epoca” fu artista tra i più originali, influenti e affascinanti e, cosa che non guasta, andava pure in testa alle classifiche, si trovava in questo poco piacevole limbo (o dimenticatoio) da un bel po’, e dovette aspettare di arrivare alle soglie del 2000 e della mezza età, per godere di una certa rivalutazione tanto dalla critica che dal pubblico. Merito soprattutto di Trent Reznor che si è dichiarato spesso suo ammiratore, ammettendo un certo debito dei suoi Nine Inch Nails verso di lui e realizzando anche una splendida cover della sua “Metal”. Da allora persino gruppettini teen-pop-girl-power si sono messi a campionare storici hit numaniani come “Are Friends Electric”, agghindandosi per l’occasione di pelle e smalto nero.
Che fa dunque il nostro Numanoide ora che il suo nome è tornato circolare anche tra un pubblico che va dai giovani fan di NIN e affini fino al mainstream più abietto? Spiazza tutti e se ne esce con un sorprendente album di pop industriale, arrabbiato e mutante come “Pure” (2000) e con una doppia antologia (“Hybrid”) di successi riveduti e corretti alla luce di questo nuovo sound denso e oscurissimo. E nulla di tutto ciò esce per seguire la moda: Numan fa le cose sul serio, e mantenendo un basso profilo e circondandosi sempre di più di un alone da santone dark ci mette ben sei anni per confezionare un nuovo album di soli inediti, chiamando attorno a sé l’artista underground Ade Fenton e il produttore dance Andy Gray, e musicisti di primo piano quali Martin McCarrick (il cui curriculum comprende Siouxsie, This Mortal Coil e Therapy), Jerome Dillon (batterista degli stessi NIN) e il chitarrista Rob Holliday (già collaboratore dei Prodigy).
Il risultato però, manco a dirlo, delude: il grigio spento di “Jagged” riparte dagli stessi sentieri intrapresi dal rosso intenso di “Pure” e accentua se possibile ancora di più le nebbie velenose che già lì avvolgevano le melodie, smorzandone un po’ la carica ma, ahimè, mostrandosi molto molto più debole a livello melodico/vocale. Così, tra momenti di guardinga calma e accelerazioni tanto ben piazzate quanto fredde come una lastra di ghiaccio, prendono corpo (ma quasi mai vita) brani dilatati e striscianti, lunghi (o prolissi), molto curati e animati da una classe indiscutibile ma, e qui è la nota dolente del disco, tutti fin troppo uguali tra loro.
Presi isolatamente, numeri come “Fold” o la più movimentata “Halo” possono pure convincere, ma messi nel mucchio con le altre canzoni si perdono in un clima di generale monotonia: con piccole differenze qua e là (“Haunted”, per esempio, aggiunge all’impasto una robusta dose di batteria e chitarroni) sembra davvero di stare ad ascoltare sempre la stessa canzone, perché le trovate, le strutture, le melodie e anche la performance canora del nostro, si ripetono pressoché identiche da un brano all’altro, che sia il disordine industrial di “Scanner”, o episodi più articolati come “Slave” e “Blind”, anche se quest’ultima si fa ammirare per come incorpora nella sua progressione elementi di puro dark-ambient , e il solito ritornello esplosivo dopo la solita strofa minacciosa stavolta trascina davvero.
Ma brani come l’iniziale “Pressure” o “Before You Hate It” o la schizofrenica “Melt”, tradiscono un’ispirazione che va troppo a corrente alternata, e si perdono tra mille rivoli e mille spunti disgregati, tutti molto affascinanti ma nessuno approfondito. Certo l’epico (e molto reznoriano) refrain di “In A Dark Place”, di gran lunga l’episodio migliore del disco, segna un momento memorabile, ma a parte pochi episodi isolati e l’ammirevole lavoro di arrangiamento, programming , produzione e quant’altro, il disco si trascina fino alla fine (cioè all’ottima title track ) con la leggerezza di un panzer.
“Jagged” si regge nella sua interezza sul suono, ormai collaudato, ma nonostante lo spiegamento di mezzi e le buone intenzioni resta un disco contraddittorio e confuso, e quanto più si agita e si contorce tanto più finisce per risultare piatto. L’esatto contrario di ciò che si voleva ottenere, probabilmente. Si voleva ottenere un magma di emozioni intense e contrastanti, e invece sembra di assistere a una sfilata di nature morte. Tanto ben fatte e rifinite, e nemmeno brutte, ma che noia.
