Obsil

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2006 (Disasters By Choice) | avantgarde

L’etichetta romana Disasters By Choice, già in evidenza per il lavoro di ricerca svolto in passato (e segnalato da queste parti con le recensioni di Melodium), ritorna a proporre un’opera dalle soluzioni melodiche inusuali e inedite. Questa volta, però, la produzione è completamente italiana. Sì, perché Obsil, l’artista in questione, è un ragazzo nato a Siena nel 1981, di nome Giulio Aldinucci. Folgorato dalla musica fin dalla tenera età (con annessi studi), inizia a interessarsi in maniera decisa all’elettronica verso la metà degli anni 90. Immerso in una sperduta e bellissima campagna senese, il suo studio è un piccolo rifugio compositivo in cui sono presenti fra i più disparati strumenti: sintetizzatori digitali risalenti ai primi anni 80, complessi marchingegni "ibridi" digitale/analogico, attualissime procedure di programmazione Max/Msp.
A fianco di una così corposa e certosina cernita dei ritmi giusti da inserire nelle sue composizioni, Aldinucci si è inoltre interessato a numerosi metodi di sintesi, attività che l’ha condotto all’esecuzione di registrazioni realizzate "sul campo": i famosi field recordings .

Analizzando lo scorrere coeso e fluido dell’opera, si avverte anzitutto una forte impronta pianistica. Le note vengono smembrate, scomposte, posizionate su vari piani di esecuzione, rese irriconoscibili con trattamenti d’ogni genere. Una forte propensione alla sperimentazione timbrica, quando attutita da una dolce coltre di melodia spumosa, quando pungente e delirante, dove il caos ordinato la fa da padrone.
Altro elemento evidente è l’amore per i suoni digitali di vecchia data, presenti un po’ ovunque, sia nello scheletro che nel contorno delle varie tracce. Bollicine galleggianti, loop amatoriali e granulosi, scintillio digitale, suoni svagatamente disciolti in un manto di rumore assopito.

L’iniziale "Curtains" è un groviglio complicatissimo in cui confluiscono schizofrenie glitch , flussi sonori sinuosi e ululati digitali. Ogni singolo componente si amalgama con precisione e una sensazione di smarrimento pare essere vicina; poi, nel finale, alcune note di piano allentano la morsa e ci conducono al termine con una carezza.
"003, _ou" è meno scomposta e "agitata" della precedente: un soffice letto di synth spumosi cesella nuvolette nell’aria con dolcezza e tatto, timbri ciclici e soavi si alternano con naturalezza e sapienza. Questo è forse il pezzo in cui è più evidente il lavoro (di riesumazione) svolto sui sintetizzatori digitali risalenti ai primi anni 80. In alcuni frangenti, si sentono flebili richiami a uno dei pionieri del genere, Jean-Michel Jarre.
L’infatuazione per i tasti del piano, e per il loro suono, si risveglia puntuale in "ae", dove i frangenti più significativi (e belli) si concentrano al momento in cui "quei" suoni vengono sbattuti in un contesto composto da chincaglierie puntigliose, punteggiature silenti, scomposizioni minuscole e minimali.

Se "Di Paese" si lascia trasportare da qualche intraprendenza di troppo, rimanendo peraltro funzionale e positiva, l’episodio seguente, "Proteso", è uno sviluppo interessante delle idee accennate nella prima traccia, una suadente ballata elettronica, nelle cui membra si agitano con fervore anime sonore impazienti di esplodere, sempre con la presenza (ormai immancabile) del piano.
"Galgano’s Tree" si barcamena con grande disinvoltura fra una serie di suoni che paiono percussioni (ma forse non lo sono) e un cespuglio intricatissimo di bleep che si autogenerano, cesellando un’atmosfera vagamente sognante, amatoriale, adatta per un’ambientazione rurale, silenziosa e glaciale.
"Wachzustand" attinge un po’ ovunque fra i riferimenti stilistici descritti nelle tracce precedenti, amalgamando tentazioni synth-etiche con tremolanti influenze avanguardistiche, risultando, a conti fatti, una traccia bellissima e oscura, forse l’episodio più significativo (o rappresentativo) di tutto il disco, proprio perché comprendente tutti i tratti dello stile marcato Obsil.

Le due composizioni successive sono accomunate dal titolo bellissimo: "L’arsa metà dei pini" e "Tremolanti concentrazioni luminose sparse (sui crinali)". E questo elemento riesce a indirizzare alla chiave d’ascolto giusta, dove la prima traccia architetta e costruisce la colonna sonora per un pomeriggio falcidiato dal sole, in mezzo a una foresta, la seconda, è tremante, rimane luminosa, splendente, sempre in bilico fra la dolcezza e il rumore.
"Sui Tetti" completa e conferma quanto di buono è stato fatto riguardo l’esplorazione e la ricerca dei suoni "dolci" per definizione, contestualizzati in uno scheletro compositivo pur sempre di stampo "avant", ma mai disturbante o aggressivo. E allora, lasciarsi andare, venir trasportati da questi lievi timbri appena accennati, è facile quanto chiudere gli occhi davanti a un paesaggio bellissimo e immaginare di spiccare il volo.
In "(Presages)" c’è la voglia di perdere la ragione e fermarsi in un limbo tra paradiso e terra, con il canto degli uccellini, le folate di vento e un fulmine che picchia dall’altro, "Stasi Sui Tigli", la conclusione, è un’ossessionante sequenza di suoni regolari, precisi, colorati e mirati. Pare di sentire l’acqua che cade incessante, le gocce che sbattono su superfici differenti ed emanano suoni poliedrici, le foglie si scompongono, un animale corre, e staziona sotto una pianta, sì, magari proprio un tiglio.

In questo genere di elettronica, non è frequente imbattersi in artisti capaci di regalare calore. Pur essendo all'esordio, il giovane Obsil dimostra già di saper comporre musica emozionale, deliziosamente appartato nel suo mondo fatto di sogni, capace di lasciar il segno nella mente del più casuale degli ascoltatori.

(07/10/2006)

  • Tracklist
  1. Curtains
  2. 003, _ou
  3. ae
  4. Di Paese
  5. Proteso
  6. Galgano’s Tree
  7. Wachzustand
  8. L’arsa metà dei pini
  9. Tremolanti concentrazioni luminose sparse (sui crinali)
  10. Sui Tetti
  11. (Presages)
  12. Stasi di Tigli
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