Rapture

Pieces Of The People We Love

2006 (Universal) | punk-funk

C’era una volta New York, anno 2000: la città del post-catastrofe, il luogo simbolo, allo stesso tempo, della distruzione e della ricostruzione. Habitat naturale delle parole "fermento", "cambiamento", "rivoluzione"; cornice ideale per una vera e propria esplosione in musica, un fiorire di un movimento sfaccettato, un dado dalle tante facce. Si fa un gran parlare della musica che esce fuori dalla grande mela: tante band e quasi tutte unite da un unico filo conduttore, ovvero la ripresa (e la destrutturazione più o meno radicale) di quella new wave che alla fine dei 70 incominciò a dare i suoi frutti sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti. Gang Of Four, Slits, Talking Heads, Public Image Ltd., Contortions e compagnia pulsante i modelli; Liars, Rapture, !!!, Lcd Soundsystem e altri la congrega degli aspiranti discepoli.

I Rapture, nella fattispecie, rappresentarono qualche tempo fa il caso più eclatante, per il tanto rumore catalizzatosi attorno al loro debutto su major “Echoes”, merito tanto dei preziosi singoli underground che lo anticiparono, quanto del sodalizio con quella Dfa che oggi tutti conoscono e solo pochi non ballano. Nel bene e nel male furono fatti simbolo di quella cosa effimera chiamata punk-funk, complice soprattutto il già classico “House Of Jealous Lovers”, pezzo che ha unito il dancefloor e il mondo rock fatto di garage e amplificatori urlanti: di connubi tra dance e rock ne abbiamo visti molti, in realtà, ma l’attenzione che quel singolo richiamò fu tutt’altro che ingiustificata.

Dicevamo, New York, il punto di partenza dei Rapture. E, dicevamo, la new wave e il post-punk, il suono di partenza, con i Dfa a smussare e aggiungere funk a loro discrezione in sede di produzione. Sembrano tempi lontani, lontanissimi, a dimostrazione che ora come ora il mondo musicale va persino più veloce di un download fuorilegge. Ora c’è questo secondo album della band originaria di San Francisco, a distanza di tre anni dal precedente lavoro, ma non c’è più né il fermento, né lo stupore. E’ come se i quattro e le loro fortune fossero rimasti intrappolati nella nascita e nella successiva morte di quella corrente musicale ormai inflazionata.

“Pieces Of The People We Love” è un tentativo di cambiamento, su questo non ci piove: hanno provato a rendere varia la produzione (affidata a Mr.Prezzemolo del momento Danger Mouse, Paul Epworth ed Ewan Pearson), a tradurre l’oscurità dei Pil e dei Gang Of Four, alla quale si rifacevano costantemente, in qualcosa di decisamente più positivo e danzabile, come le Esg che suonano i pezzi di “Discovery” dei Daft Punk. Il che, va detto, sarebbe pure elettrizzante se i frutti non fossero brani di poco spessore come “The Devil” o “Get Myself Into It” che, comunque, vi ritroverete a ballare in qualche club. Fatelo senza vergogna, il piede e il fondoschiena li fanno muovere per benino. “Whoo! Alright Yeah…Uh huh!”, titolo da decerebrati a parte, è un buon pezzo davvero, con cassa in quattro e giro di basso stellare, così come l’iniziale “Don Gon Do It”, tutta synth e coretti.

Ma ciò che manca a questo nuovo disco è un’identità, una presa di posizione decisa che faccia diventare le goffe incertezze delle scelte. Questo album sa di salto nel buio, di tentativo non troppo convinto. Tentativo fallito, siamo spiacenti.

(26/09/2006)

  • Tracklist
  1. Don Gon Do It
  2. Pieces Of The People We Love
  3. Get Myself Into It (album version)
  4. First Gear
  5. The Devil
  6. Whoo! Alright - Yeah...Uh Huh
  7. Calling Me
  8. Down For So Long
  9. The Sound
  10. Live In Sunshine
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