Damien Rice

9

2006 (14th Floor) | songwriter

L’attesa per il nuovo lavoro del cantautore irlandese era tanta dopo ben quattro anni da quell’esordio folgorante che era stato "O" (pubblicato nel continente con ben due anni di ritardo).
Schivo e lontano dalle luci della ribalta, Damien Rice ha dedicato quasi interamente gli ultimi due anni alla gestazione del suo nuovo lavoro, dal titolo ancora una volta enigmatico e conciso, quasi a voler sancire una continuità ideale con il predecessore.
Le atmosfere rarefatte e lo-fi-folk di "O" non potevano però essere riproposte, tanta era l’unicità di un pugno di canzoni registrate in casa e diffusesi grazie al passaparola generato dalla loro potenza emotiva.
Infatti "9", pur mantenendo fede alle radici musicali del nostro, se ne distanzia per un maggiore livello di coscienza dei propri mezzi espressivi.

Nonostante ciò, non si può certo dire che Rice abbia smarrito la strada, al contrario, il maggior controllo della materia musicale si concretizza in arrangiamenti lindi e cristallini che enfatizzano la forza presente nei pezzi più ispirati.
La musica vola ancora una volta nel sublime spazio che sovrasta il caos frenetico della quotidianità, scatta istantanee di amori giunti al termine, si interroga sui motivi della propria esistenza, urla la rabbia ingiustificata della libertà, si placa nell’eterno dialogo dell’anima con sé stessa.
Controcanto femminile è ancora una volta la fedele Lisa Hannigan, che a tratti appare, se possibile, ancora più angelica e ultraterrena che mai: "9 Crimes", superba traccia d’apertura, si libra nel crepuscolo statico e presente di un piano sospeso nel vuoto a sostenere il canto femminile di una poesia.
Nick Drake fa di nuovo capolino nella ballate incentrate sul connubio chitarra-voce, ma tanta è la sorpresa quando ci scontriamo con il folk a metà strada tra Dylan, Guthrie e Bragg di "Coconut Skins", che schiude vorticose ascese leggiadre verso il sole, la danza come gesto liberatorio, lo sguardo malinconico sulla vita che non frena l’impeto delle emozioni verso la creazione ("So you can sit on chimneys/ Put some fire up your ass/ No need to know what you’re doing or looking for").
A seguire, forse il pezzo migliore dell’intero set: "Me, My Yoke + I", in cui la libertà viene conquistata grazie alla potenza apocalittica che si accumula nell’intro ed esplode in un veemente rock massiccio e magniloquente, che graffia altezzoso la mediocrità sottostante.

Il cerchio si chiude di nuovo sull’intimistico sussurrare della voce flebile, riportando tutto a casa, con le ultime tracce del lavoro, quando la quiete dopo la tempesta lascia spazio alla contemplazione.
Lavoro a tratti ripetitivo di quanto già espresso esaurientemente in "O" ("The Animals Were Gone", "Grey Room"), "9" conferma l’abilità di Damien Rice nel comporre brani che forse non vogliono cambiare la storia della musica rock, ma che di certo sanno donare limpide emozioni e invitano a guardare dentro di sé in cerca di domande che scalfiscano l’apparenza: "Do you feel like you belong/ And does he drive you wild/ Or just mildly free?".

In attesa del capolavoro che sappiamo essere nelle sue corde, l’inverno sarà un po’ meno freddo grazie al calore sprigionato da questa musica, lenitiva come il quarto d’ora abbondante di singing bowl tibetana che si trova in coda all’ultimo brano.

Una curiosità: nascosta nel pregap del cd si nasconde una demo-version di "9 Crimes".

(19/11/2006)

  • Tracklist
  1. 9 Crimes
  2. The Animals Were Gone
  3. Elephant
  4. Rootless Tree
  5. Dogs
  6. Coconut Skins
  7. Me, My Yoke And I
  8. Grey Room
  9. Accidental Babies
  10. Sleep Don't Weep
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