Josh Ritter è un giovane cantautore dell'Idaho, finito sulla strada del folk sin da bambino, grazie all'ascolto del classico "Girl From the North Country". Ritter ha una buona gavetta alle spalle ed è uno dei nomi maggiormente quotati in vista di una futura esplosione: sinora ha licenziato tre dischi (l'esordio omonimo del 1999, "Golden Age of the Radio" del 2001, contenente "Me & Jiggs", il suo highlight, usato per la sigla di chiusura della serie TV "Six Feet Under" e "Hello Starling" del 2003) e ha aperto recentemente i concerti di Frames e Damien Rice.
Come fanno sospettare i suoi gusti, Ritter si pone nel solco della tradizione americana, a metà fra Dylan (presente specie nella scrittura) e Springsteen (nel suono), senza mai sbilanciarsi troppo né da un lato né dall'altro, suonando classico, forse poco personale, ma mai copia. Il suo quarto album, "The Animal Years", è semplicemente la quarta raccolta di canzoni, divise fra ballate e pezzi più veloci (lieve prevalenza delle prime), melodiche quanto basta, osando giusto quel pizzico che serve a non stancare, puntando sulla grazia e su una buona vena compositiva.
La parte iniziale è quella che presenta gli spunti più originali e per questo inganna un minimo. "Girl in the War" è poggiata su tintinnii di chitarra a girare a mo' di carillon: sullo sfondo si presentano lunghissime note d'organo a colorire l'aria, mentre in primo piano fanno la loro comparsa prima il pianoforte e poi i campanelli a infarcire il suono di quello che poteva essere un numero molto più semplice. Il risultato dà ragione alla scelta. L'organo prende più evidenza e viene meno diluito in "Monster Ballads", che, accompagnata da spazzolate di batteria, si muove docile a passo di danza. Un bel solo di piano a tre quarti del pezzo conferisce valore.
Il lento migliore è però "In the Dark", morbidissima parentesi younghiana con inciso dolce sottolineato da flauto e violini pastorali.Nella parte più sostenuta a svettare è "Thin Blue Flame", l'unico brano in cui Ritter prova ad andare un po' fuori dagli schemi, cercando di imbastire una trama più animata. La partenza è lenta, fra pizzicate di chitarra e note di piano, poi il pezzo prende pian piano velocità e la voce comincia ad accartocciarsi e arrochirsi, il pianoforte e la batteria si sostengono e montano a vicenda per lanciarsi in corsa. Rallentamenti e ripartenze si susseguono finché la canzone non si spegne.
"Lillian, Egypt" è sicuramente pezzo più banale, ma comunque divertente e divertito, scavezzacollo, svelto e for fun, fra acuti di chitarre elettriche e intrusioni di piano.
Sotto la media si piazzano giusto un paio di episodi, come il telefonato country-rock di "Good Man" e il sin troppo classico chitarra-e-voce di "One More Mouth", jazzato giusto un filo. E' un peccato veniale, dato che Ritter riesce a rimediarvi piazzando nel disco la classica bella canzone da heavy-rotation : "Wolves", accorata remembranza al passo movimentato di tamburi battenti, vestita da rintocchi di piano e organo e ricoperta da un velo di sincera e dolce passione.
Concludo qui. Il ragazzo è bravo e ci sa fare: quello che ho tracciato è il ritratto di un buon disco, canzoni piacevoli e, in media, lievemente sopra la norma. Nell'attesa di qualche sussulto maggiore, bene così.


