Sonic Youth

Rather Ripped

2006 (Geffen) | noise-rock, pop-rock

Premessa: Non mandatemi mail. Non ditemi nulla. Sono il primo a cui fanno male queste parole. Rieccoli. Rispettosi della cadenza biennale (tour e disco), e con un O'Rourke in meno, tornano i dinosauri più amati dagli appassionati di musica indie. Tornano Moore, Ranaldo, Gordon e Shelley, i quattro dell'apocalisse sonora, i figli di Glenn Branca, la colonna sonora della nostra estate. Assurti volontariamente a status di classico con gli ultimi dischi (giacché ogni uscita viene salutata con articoli dal sapore, al tempo stesso, di osanna e coccodrillo), in cui hanno trovato una forma espressiva capace di andare avanti da sè anche senza piloti, provano, ancora una volta, a smentire i disfattisti, a sorprendere i prestampati delle riviste, e a riaccendere fiammelle nei loro ascoltatori.

E' questa, la testa dura, la cosa più bella dei Sonic Youth 2006. "Nurse" era sembrato, per quanto piacevole (e lo era, nonché resistente all'usura del tempo, almeno nel breve), una gabbia dorata, luccicosa e perfettina, con qualche bignè che ogni tanto era offerto a deliziare il prigioniero. Un disco che prima o poi sarebbe dovuto arrivare, che era lecito, se non doveroso, attendersi, a più di vent'anni suonati di carriera. Era sparito ciò che restava di vitale e graffiante nel bel "Murray Street", e si era andati a prendere stoffe preziose per fare abiti monocromatici. "Rather Ripped" eredita quel suono classicizzato e un po' asettico (che pure era assai adatto a un disco come "Nurse"), ma cambia formato e animo.

I Sonic Youth hanno già fatto dischi pop-rock (o, almeno nelle intenzioni, più immediati), ma "Sister" era il parto di giovani menti schizofreniche e "Dirty" era infestato da un'anima grunge tagliente: "Rather Ripped" è il primo, vero, disco di rock melodico dei Sonic Youth (il che significa che è pur sempre dei Sonic Youth: potremmo definirlo pop-noise, ma sarebbe ridicolo). Il delizioso giro di apertura di "Reena", che è perfetta sintesi del nuovo essere, è manna per fan. Gordon a cantare come una diciottenne, spensierata in ogni sua fibra, il pezzo che scorre tranquillo, morbidissimo, la breve carica strumentale a distorsioni edulcorate, e ancora giri a salire, a salire, a salire. Segnatevelo, sarà l'unico pezzo totalmente a fuoco (nonché il più bello) del disco. Già, perché ben presto si inizia a fare la conta dei superstiti. Non da subito però, occorre far trascorrere il tempo di una "Incinerate": anche qui giro dolce e lievemente squillante ma Moore in lieve difficoltà, non riuscendo a fare il ragazzino come copione vorrebbe. Il pezzo non decolla, pur avendo potenzialità, quando improvviso compare lui, struzzo contro natura tira la testa fuori dal terreno in cui fu ficcato dal lontano '81, impensabile come il bacio alla donna della tua vita, che la mattina dopo ancora non ci credi e vai a chiederle se è successo davvero: l'assolo di chitarra. Ecco cosa volevano dire le interviste in cui si parlava di hard-rock.

Passato lo stupore e dopo essere tornato indietro circa 35 volte, scopro l'altra sorpresa del pezzo, un incrocio di chitarre che va a citare gli indimenticabili Television di Verlaine (che è tornato alla musica proprio quest'anno). Bene, finito con le emozioni, passiamo al lavoro sporco. "Do You Believe in Rapture?", arpeggi docili e arpeggi cupi a flirtare, il primo sbadiglio, la prima pausa, un sussulto strumentale che dura quanto il gemello sfigato di Rocco Siffredi, pezzo onirico, oniricissimo, pure troppo. Percussioni vagamente tribali e soli di chitarra provano a rendere graffiante la ordinaria "Sleepin' Around" e a furia di tirarla per i capelli finiscono per salvarla. L'operazione invece fallisce miseramente quando a tentarla sono venti elettronici e scalate melodiche in "What a Waste". "Jams Run Free" trova uno degli spunti più interessanti, con un buon giro come di tastiere, ma Gordon che sussurra l'amore è una cosa che non si può sentire e la distorsione marchio-di-fabbrica non aiuta. Fortuna che i capelli lunghi non mancano e anche adesso proseguiamo a tirare. "Rats" trae vita da uno spunto blues/hard-rock a tinte cupe che subisce l'ovvio processo di revisione sonica: indeciso se essere un brano portante o un riempitivo, finisce presto nella terra di nessuno e tanti saluti.

"Turquoise Boy", dilatazione classica, ben arpeggiata ma non sviluppata adeguatamente, si apre troppo tardi e senza grinta (va bene che questo è il mood del disco, il pezzo però ne muore), comoda distorsione, ancora arpeggio e poi dritto a far compagnia al predecessore. Finisce che quello che doveva essere un di più (comunque curatissimo: con grande onestà e umiltà i sonici hanno provato ad arrangiare e a far suonare ogni pezzo come se fosse unico e valoroso), "Lights Out", sussurro caldo di Moore e solo avvolgente, diventa una delle soluzioni migliori. "Neutral" invece spreca un inciso tanto abusato quanto efficace in una costruzione troppo prevedibile e un filo stucchevole. Siamo agli sgoccioli, ma non è ancora finita e c'è spazio per lanciare la pietra del riscatto: trattasi di un (semi-)strumentale molto più classico, "Pink Steam", che forse descrivere è inutile, potete immaginarlo, con i suoi intrecci e mescolanze, un po' "Murray Street", un po' qualcosa di diverso (solo "rock"?), non eccellente, ma comunque di livello. E per chiudere il colpo di coda senza guasti arriva "Or", un'outro delicata, dark, e vagamente metallica. Eccolo qui, "Rather Ripped", l'album di canzoni, dei grandi che si mettono la giacca del college, e mostrano le loro emozioni in bilico fra amore e paura, il disco che ci voleva forse qualche anno prima e che esce sconfitto dai primi passi verso la senilità.

I capelli, l'esperienza, il talento fanno sì che non ci sia il naufragio, ma intanto qualche pezzo è finito a mare, qualcuno si starà accucciando chissà dove, qualcuno ha preso l'ultima scialuppa. Resta "Reena", i ghirigori (e forse chiamarli così è fuorviante, dato non si parla di "Daydream Nation"), qualche colpo, qualche amarcord, resta la volontà, resta l'amore. Potevo dare mezzo punto in più e ci saremmo presi tutti un po' per culo leggendolo come un quasi sufficiente. Forse le cose che fanno male è meglio farsele da sé, che lasciarle agli altri. Resta l'amore, non "Rather Ripped".

(01/06/2006)

  • Tracklist
  1. Reena
  2. Incinerate
  3. Do You Believe in Rapture?
  4. Sleepin' Around
  5. What a Waste
  6. Jams Runs Free
  7. Rats
  8. Turquoise Boy
  9. Lights Out
  10. The Neutral
  11. Pink Steam
  12. Or
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