Sparklehorse

Dreamt For Light Years In The Belly Of A Mountain

2006 (Astralwerks) | alt-pop

Qualche tempo fa “It’s A Wonderful Life” ribaltò la quotidianità di Mr. Linkous, sarà per le note collaborazioni (Pj Harvey), sarà per un risvolto in chiaro nella musica: il popolo indie non era più l’unico bagno di folla. Era il 2001 e cinque anni son passati, con l’inevitabile adeguamento dei fatti. Sembra che, nel frattempo, il pop abbia conosciuto maggiori orizzonti e ri-conosciuto la propria grandezza, al di là dei melanconici salti nei tempi che furono. Così come pare che tutt’intorno giri la ricerca disperata di una comunicazione laica, fruibile e luccicante. La verve è divenuta pronta per tutti e, non dovesse giostrare su una montagna russa di milioni di persone, sarà solo per negligenza e poca fede di chi potrebbe.

Esisterà più l’indie-rock? O esisterà solo il triste, sfortunato, a volte ingiustificato isolamento d’intenti? Questo disco un po’ tardone pare giungere a conferma di tutto ciò. Non penso si tratti solo di evoluzione personale, per quanto le avvisaglie, come dicevo, si leggevano nel precedente. Anzi, immagino che il cambiamento abbia significato comunque spiaccicare quattro parole obbligate, giusto per creare continuità con colori tenui e low-fi. Ma il senso dell’insieme lascia intravedere nuove prospettive in strike, meno supponenti e molto più “strutturate”.
L’orbita segna una linea più che ellittica, perché l’estremo-sud tocca i lidi delle terre poetiche e animate dei cantautori americani del decennio ’65-’75… Come tutto ciò che è simile, si dirà, ma l’evidenza di una maggiore “perforazione” passa per l’altrettanto palese riferimento ideologico a “quel” periodo. Mark Linkous non sposta di una virgola i tumulti della sua solitudine, solo che li umanizza, li placa e li condivide, ancor più che in passato.

Così “Dreamt For Light Years In The Belly Of A Mountain” asseconda tutte le parti meravigliose della vita del 2001 e, fin dal titolo, imprime il marchio delle notti oniriche e sensazionali, quelle trascorse con un occhio chiuso a fantasticare e l’altro a guardarsi attorno. Si è lontani sì dalle carambole noise del primo lavoro, ma il nuovo mondo non dimentica, a maggior ragione, l’uso infantile della voce sempre più “Harvest oriented” e lo scheletro musicale senza costole. Cambia il modo, più rilassato, di godersi l’evento mai parco di bellezze, come quelle di “Shade And Honey”, momento riboccante di attimi double face, tra finti grigiori e classiche aperture che usano come chiave l’accordo di chitarra in entrata. Non cambia l’aria, simile a ciò che si respira dai giocattolai a Natale, come ricordano le effusioni di “Getting It Wrong”, altro fazzoletto di stati febbrili e favolistici.

Sparklehorse è la denominazione che segna il passo sicuro delle marce, come esplicitano certi ritmi spesso uguali a se stessi. Ho sempre pensato che l’uomo in questione avesse un solo tempo di batteria entro cui sentirsi a proprio agio, a patto di adeguarsi alle accelerazioni. E su queste finte metamorfosi rimbalzano le molteplici melodie, dolci anche nell’aggressività, come “Ghost In The Sky”: la strimpellata è rumorosa ma non troppo e il fastidio praticamente non compare, neanche quando la fine snoda in sottofondo una “campana” industriale. Sì, stiamo parlando di Linkous, anzi, di un Linkous che alleggerisce pure il pieno carico.

Più avanti, con “It’s Not So Hard”, ripete il fragore con addirittura maggiori frequenze disturbate, senza, ripeto, mai osare un vero e proprio frastuono come capitava, ad esempio, nell’indimenticato “Vivadixiesubmarinetransmissionplot”, esordio alla lunga distanza. I brani diventano adorabili allorché si ricompongono sulle pennate elettriche di “Knives Of Summertime”, su quelle di “See The Light”, sebbene in forma meno a cascata, o su quelle acustiche di “Return To Me”. C’è poco da fare, gli Sparklehorse ammaliano quando il volume si abbassa e il canto si sente nell’altra stanza. E’ in questi contesti che il suono pop conferisce valenza finanche alle parentesi domestiche, segnando nel profondo la sensibilità di chi lo recepisce.

Discorso a parte merita la conclusiva title track, anomala digressione ambient che pare rivolgersi ai fan di “Another Green World” (Brian Eno) e “Bad Timing” (Jim O’ Rourke), tracciando un solco seminale nella storia breve di Mark Linkous. Non mi meraviglierei se questo fosse l’inizio di una nuova carriera, volta ad una forma alternativa, ma sempre semplice, di comunicazione globale.

(10/12/2006)

  • Tracklist

1. Don't Take My Sunshine Away
2. Getting It Wrong
3. See the Light
4. Return to Me
5. Some Sweet Day
6. Ghost in the Sky
7. Mountains
8. Morning Hollow
9. It's Not So Hard
10. Knives of Summertime
11. Dreamt for Light Years in the Belly of a Mountain (Maxine)

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