Sparks

Hello Young Lovers

2006 (Gut Records) | rock-pop

Ventesimo album in studio per una delle band più bizzarre e geniali del rock. I fratelli Mael, protagonisti di due fasi cruciali degli anni 70, quella del glam ("Kimono My House" e "Propaganda", entrambi del 1974, sono due classici del genere) e quella del disco-rock ("N°1 in Heaven", 1979, che vide Giorgio Moroder in cabina di regia), nel corso di trentacinque anni di carriera hanno interpretato il pop-rock con un’estetica a dir poco personale, basata sulla caricatura, sull’ironia sferzante, con un gusto che si spinge ben oltre i confini di una certa teatralità già insita nel genere.

Inimitabili e inimitati. Ron, eccentrico tastierista, grottesco dissacratore a metà strada fra Hitler e Charlie Chaplin, e Russell, frontman dal falsetto angelico e dalle doti canore fuori del comune, seguitano con alterne fortune a proporci degli album che, brutti o belli che siano, solo loro potrebbero concepire. Spiace costatare che “Hello Young Lovers” rientri in pieno nella prima fattispecie. Ancor più se lo raffrontiamo al precedente “Lil’ Beethoven” (2003) che, pur non scevro da limiti e flessioni e quindi non proprio esaltante, destò sorpresa almeno per la freschezza di composizioni che rimandavano direttamente alla stagione post-glam del duo (cfr. “Indiscreet”, 1975).

Col nuovo lavoro si conferma il definitivo (?) abbandono della musica dance proposta negli anni 90, in favore di un ritorno alle origini che si fa attitudinalmente più marcato per la reintroduzione dei riff di chitarra a reggere le enfatiche, e ormai consuete, impalcature di violini e di cori da operetta dall’aura artatamente solenne. Ma è mero esercizio stilistico, nel quale le canzoni si traducono spesso in estenuanti e prevedibili cavalcate che né le liriche, al solito venate d’abrasivo sarcasmo, né gli arabescati espedienti armonici, riescono a rendere digeribili.
A latitare, lo avrete capito, sono le idee nuove, ma quand’anche facciano timidamente capolino, ci pensano arrangiamenti ormai in gran parte abusati ad attivare le perplessità. “Ciò che faccio ora/ è cazzeggiare/ ogni giorno/ ogni notte” recita l’iniziale “Dick Around”: la promessa del divertimento assicurato in un brano che, a conti fatti, si rivela fra i migliori, e che regge alla grande per quattro minuti buoni, salvo infrangersi in un’inutile coda, una sorta di reprise che non lascia presagire nulla di buono. La successiva “Perfume” ci rassicura solo in parte, per via di una frizzante andatura swing appena mossa da un crescendo di chitarre hard, ma già in “The Very Next Fight” il gioco si ripete, sviluppando una cadenza pomposa talmente intricata da renderne interminabile l’ascolto.

Non sarebbe da buttare l’incipit acustico di “Baby Baby Can I Invade Your Country?” e, infatti, un sorriso riesce a strapparlo, prima di infilarsi nei botta e risposta vocali in cui Russell Mael è, con tutta evidenza, l’unico a non perdere il bandolo della matassa. Si passa poi dall’indigesto pastiche autocitazionista di “Rock Rock Rock” (in tempi migliori sarebbe stata una buon’introduzione, oggi diventa un brano da sei-minuti-sei!), a marcette che riprendono in pieno “Indiscreet” senza però lasciare traccia (“Waterproof”), per arrivare all’appena credibile siparietto per pianoforte e archi di “There's No Such Thing As Aliens”, reso tale da un monologo finalmente limitato ai tre minuti. E finendo con “As I Sit Down To Play The Organ At The Notre Dame Cathedral”, in cui il titolo è assai più breve e divertente del suo dimenticabile sviluppo.

Sarebbe un azzardo dare per finiti gli Sparks, poiché già in passato ci hanno abituati a dei colpi di coda: non ci resta che attendere speranzosi il prossimo.

(07/03/2006)



  • Tracklist
1. Dick Around
2. Perfume
3. The Very Next Fight
4. (Baby, Baby) Can I Invade Your Country
5. Rock, Rock, Rock
6. Metaphor
7. Waterproof
8. Here Kitty
9. There's No Such Thing As Aliens
10. As I Sit To Play The Organ At The Notre Dame Cathedral
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