Steve Adey

All Things Real

2006 (Grand Harmonium) | songwriter

I rintocchi di una campana riecheggiano nel silenzio delle navate solitarie. Le note del pianoforte rimangono sospese come un sospiro trattenuto. Ha inizio l’oratorio profano di Steve Adey.
Registrato per la maggior parte nella rarefatta atmosfera di una vecchia chiesa, l’esordio discografico del songwriter di Edimburgo ha la solennità del battito di un cuore tormentato e la densità del lento procedere delle nubi all’orizzonte.

Con un passato come ingegnere del suono, capace di alternare il metal alla Royal Scottish National Orchestra, a Steve Adey sono occorsi oltre due anni per portare a compimento la propria opera prima, con l’ausilio del produttore Calum Malcolm. “Sentivo semplicemente che il risultato non era personale e coinvolgente nella maniera che avevo immaginato”, racconta, “volevo fare un album coerente che avesse una vita propria”. Dopo una serie di session infruttuose, Adey ha deciso allora di lasciare da parte gli ambiziosi arrangiamenti orchestrali inizialmente concepiti, lasciando i propri brani alla loro avvolgente nudità.
Ed ecco allora l’harmonium, strumento prediletto di Adey, aleggiare come un vento intessuto di memoria, mentre le chitarre non sono che scheletri nel chiarore della luna e il pianoforte l’austero maestro di cerimonia. Uno scenario in cui lo sguardo assorto del Nick Cave di “The Boatman’s Call” sembra attendere sulla riva lo spleen al ralenti di Mark Kozelek, per condurlo tra i palchi deserti di un teatro abbandonato.

Ma è soprattutto quando rilegge con appassionata devozione gli spartiti dei maestri che Adey dimostra tutto lo spessore della propria interpretazione, figlia di una tradizione più americana che britannica.
Allo scoccare del primo rintocco, il songwriter inglese raccoglie la corona di spine di Will Oldham per porgerla al fantasma di Johnny Cash: “I See A Darkness” si ammanta di un incedere funereo, mentre la carezza crepuscolare della voce di Adey insegue l’ombra di Bill Callahan in compagnia del controcanto femminile di Naomi Van Noordennen.
Il secondo eco di campane annuncia lo schiudersi dei cancelli della corte dylaniana, con un’ipnotica versione di “Shelter From The Storm” che trasfigura l’originale in una maestosa litania, restituendo ogni verso alla sua più pura essenza. Ora desolato, ora rabbioso, ora mistico, il tributo di Adey alla musa di Dylan rapisce con un incessante trascolorare di toni, in un crescendo che al piano affianca sfumature di chitarra, archi e harmonium.

Proprio l’ardire di misurarsi con così ingombranti modelli, senza per questo abdicare ai tratti del proprio volto, è la più evidente testimonianza delle doti espressive di un songwriter le cui potenzialità suggeriscono promesse ancora tutte da svelare.
I brani autografi colpiscono per l’imponenza della loro diafana essenzialità, come una marcia rubata alle pagine dei Low. Tra gli scampoli di mesti carillon di “Death To All Things Real”, “Mary Margaret O’Hara” e “Tonight”, si levano così le intime meditazioni notturne di “The Last Remark” e “The Lost Boat Song”, con la voce di Helena MacGilp ad avvolgere di dolcezza il sussurro di Adey. In “Find The Way” il vecchio Steinway della chiesa scozzese di Longformacus si veste di fantasmi lynchiani, mentre in “Evening Of The Day”, scritta dal chitarrista Doug MacDonald, gli arpeggi acustici prendono il posto del piano nel dare voce alle invocazioni amorose di Adey. “Come in molti altri brani del disco”, rivela Adey, “la dissonanza è reale: tutti gli strumenti sono sempre leggermente scordati, amo la tensione che ne deriva”.

Sin dal titolo dell’album, è l’effimera caducità del reale a dominare i versi di “All Things Real”. “Is the truth enough? Is my truth enough?”, si interroga con angosciosa insistenza Adey in “The Last Remark”. Ma ogni apparente verità stretta convulsamente tra le mani si sfalda senza mai rispondere al cuore. A essere vera è solo la domanda di “Evening Of The Day”, carica della coscienza dolorosa di un’infinita sproporzione: “Lord be with the one I love/ Protect her for all harm/ The scars that I have given/ The emptiness I bring”.
Su un manto d’acqua scuro come inchiostro, ecco infine veleggiare nella nebbia il commiato di “Mississippi”, ispirata a “(The Great Flood Of) Tupelo” di John Lee Hooker ed a “Tupelo” di Nick Cave, ma completamente riscritta da Adey dopo aver visto un documentario su Jeff Buckley e la sua tragica morte tra i flutti del grande padre delle acque d’America. “The morning thief steals the humming of the Lord”, declama Adey con irreale torpore. E rimane solo il silenzio, per gli ultimi venti secondi, a custodire i suoi sospiri in un anelito di eternità.

(06/02/2007)

  • Tracklist
1. Death To All Things Real
2. I See A Darkness
3. The Lost Boat Song
4. Mary Margaret O’Hara
5. Find The Way
6. Shelter From The Storm
7. Evening Of The Day
8. Tonight
9. The Last Remark
10. Mississippi
Steve Adey su OndaRock
Recensioni

STEVE ADEY

The Tower Of Silence

(2012 - Grand Harrmonium)
Dopo le suggestioni del mini-album del 2011 il musicista scozzese celebra la poesia del silenzio

STEVE ADEY

These Resurrections

(2011 - Grand Harmonium)

Un Ep dall'impronta cameristica in attesa del secondo album del songwriter scozzese



Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.