Kelley Stoltz

Below The Branches

2006 (Sub Pop) | alt-pop

Forse non tutti sanno che la Sub Pop Records, storica etichetta indipendente di Seattle, ha in passato avuto la lungimiranza di dare spazio ai primi passi in studio di gruppi che poi divennero (ovviamente sotto altre etichette) davvero di culto: Nirvana, Soundgarden, Jesus And Mary Chain, Afghan Whigs. Negli ultimi anni sono sempre loro a pubblicare album che sono diventati icone della moderna musica indie: Sleater-Kinney, The Shins, The Postal Service, Iron & Wine, Wolf Parade. Di recente, peraltro, le scelte della Sub Pop sembrano convergere verso un modello molto preciso di artista, e Kelley Stoltz riflette in modo esemplare questo cliché indiepop. Kelley è il musicista della porta accanto: un trentenne abituato a far musica in strada; quello che tiene tutti gli strumenti nella sua stanzina da letto; mangia, dorme, compone e registra nella suddetta stanzina; si autoproduce il primo disco con mance da cameriere e lavoretti saltuari, disegnando l'artwork a mano e commercializzandolo in un banchetto di legno, quello che scrive pop melodico e poco originale. E' lui il prossimo uomo Sub Pop, con "Below The Branches".

Intendiamoci, Stoltz non è uno nato ieri. Sa cantare, sa suonare, ha un allegro senso della melodia pop che lo rende un cantautore piacevole per orecchie di ogni età, e ha anche il buon gusto di non esagerare con gli arrangiamenti indiecool (diciamo che si ferma al metallofono giocattolo). Forse, però, da piccolo ha esagerato con i Beatles. Ci sono almeno tre canzoni che ricorderebbero i Beatles persino a mia nonna, visto che ci mette anche la voce filtrata tipo "Come Together". Anche l'uso del pianoforte è assolutamente Lennon-McCartney, con gli accordi lunghi, caldi e ritmati a fare da contrappunto alla batteria. Evidente anche l'impronta Beach Boys in "Ever Thought Of Coming Back" (praticamente un'alternate version di "God Only Knows"), e impossibile non notare la tendenza all'arpeggio da trovatore acustico anni '60 (sebbene non abbastanza psichedelico da giustificare ulteriori nobili paragoni che sono stati fatti a "Below The Branches") che ha portato a Kelley gli incensi di riviste storiche come Mojo.

Ci sono alcune cose più personali, ergo più interessanti, come la ballata dondolante che chiude il disco, "No World Like The World", o l'apertura trascinante di " Wave Goodbye". Ma per chi conosce un po' Shins, Neutral Milk Hotel e tutta quella cricca lì, niente di nuovo nelle orecchie, o peggio, un po' di scontatezza in più. Infatti, se da una parte è carino poter indovinare il ritmo della strofa già dai primi dieci secondi, soprattutto sotto la doccia, a un certo momento quella confidenziale aura da "artista della porta accanto", colui che fa tutto da solo, eccetera eccetera, degenera in un approccio un po' da microlocale indie con la sessione acustica del venerdì sera e il musicista carino e simpatico che poi si fa la birretta col pubblico. E' quel paradosso indie per cui Kelley Stoltz non è nessuno, e deve rimanere nessuno, altrimenti i dischi per la Sub Pop non li fa.

In fondo, "Below The Branches" non è tecnicamente un brutto disco, anzi, per chi sopporta i pallidi citazionismi, si presta come dignitoso pop domestico. In certi momenti, magari durante il brunch domenicale, potrebbe addirittura suonare fresco. Ma ci sono alcune persone che quando hanno voglia di pop anni 60, seguendo sensati meccanismi logici, si sentono i Beatles, e nella loro affollata mensola dei dischi non c'è posto per Kelley.

(31/03/2006)

  • Tracklist
  1. Wave Goodbye
  2. Little Lords
  3. Ever Thought Of Coming Back
  4. Words
  5. Mystery
  6. Aummer’s Easy Feeling
  7. Memory Collector
  8. Birdies Singing
  9. The Rabbit Hugged the Hound
  10. The Sun Comes Through
  11. Winter Girl
  12. Prank Calls
  13. No World Like The World
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