Two Gallants

What The Toll Tells

2006 (Saddle Creek) | alt-country, folk-rock

Two Gallants, due galanti, a rimarcare forse una razza in via di estinzione? Beh, non importa, quello che veramente conta è l'attitudine mostrata dal duo di San Francisco alla musica vera, quella dettata dal cuore, dalle radici, dalla terra. I due piccoli Gallants, entrambi poco più che ventenni, mostrano sin dall'esordio di avere una naturale predilezione per il country, per quella musica che suoni solo se c'è l'hai nel sangue, se sei di quelle parti lì, insomma. La strada perseguita è stata da subito quella tracciata in tempi non sospetti (senza volerci addentrare troppo nelle remote radici) da quel gran genio di Dylan, strada riasfaltata poi dalle intuizioni quasi contemporanee dei Byrds, per percorrere infine quelle immense highway costruite da chi, come gli Eagles o i Little Feat, ne ha fatto una ragione di vita. Ecco, dopo aver scomodato tutto questo ben di Dio, ritorniamo sulla terra parlando di qualcosa che aspetta di essere giudicato.

I Two Gallants, nome che nasce da una colta citazione dei "Dubliners" di James Joyce, dopo aver cominciato a masticare nel loro primo lavoro un linguaggio conforme al country dei Sixties e dei Seventies, hanno cercato, nell'opera seconda, di spingersi un po' più in là, là dove il country cerca di ammiccare al punk e al folk. Sia ben chiaro, i ragazzi (Adam Stephens - voce armonica e chitarra, Tyson Vogel - batteria e voce) non sono né i primi né gli ultimi, se si pensa a quando nel '75 un certo Neil Young pubblicava un disco country come "Tonight's The Night" che per molti già criptava nelle sue note una versione embrionale del punk, genere che avrebbe di lì a poco mosso i primi passi in svariati gruppi di fine anni Settanta; hanno avuto il fegato di provarci e questo non è affatto poco. Scomodato un altro mostro sacro, facciamo l'ultimo affronto: i Pogues. L'esordio del disco, "Las Cruces Jail", infatti, è in sintonia con quello che succedeva in "If I Should Fall From Grace With God", con passaggi che dal rock più puro si calano nei panni del folk, con tempi conformi alle violenti battute del punk prima citato.

Il rumore dell'apertura, però, svanisce quando le chitarre calano decisamente il volume in due ballate di grande impatto melodico: "Steady Rollin'", vero e proprio inno da stadio da cantare fino a quando ti regge la gola, e la sua cugina "Some Slender Rest", che ha toni meno epici ma regala nove minuti di viaggio attraverso intime riflessioni che, come il canto, alzano l'intensità man mano che si procede avanti, regalando emozioni continue e reiterate nel tempo.
L'aspetto interessante del disco, infatti, è quello di avere l'ambizione delle composizioni lunghe, a differenza del primogenito "Throes", dove difficilmente i brani superavano i quattro minuti; questa stessa ambizione viene ripagata da un arrangiamento che cerca continuamente, senza mai strafare e con gli arnesi stessi del country, l'aggiunta qua e là del giusto suono che risvegli l'attenzione, plasmandola ed emozionandola fino all'ultimo respiro.

L'approdo diretto al punk arriva alla traccia numero 7, "16th St. Dozens", con quel rumore che introduce il solito arpeggio di country cadenzato, facendo decisamente sobbalzare dalla poltrona, quando accordi sferrati senza tanti complimenti su una chitarra manipolata accompagnano il ritornello, con tanto di tromba irriverente a chiudere.
Dopo altre ballate suonate con passione, termina il secondo viaggio dei Two Gallants nella terra, per così dire, del country-rock; ripercorrere quelle strade implica costanza, entusiasmo e fatica, e a loro questo non è mancato di certo. Noi siamo stati passeggeri inconsapevoli, ma alla fine quello che abbiamo visto c'è decisamente piaciuto.

(19/07/2006)

  • Tracklist
  1. Las Cruces Jail
  2. Steady Rollin'
  3. Some Slender Rest
  4. Long Summer Day
  5. The Prodigal Son
  6. Threnody
  7. 16th St. Dozens
  8. Age Of Assassins
  9. Waves Of Grain
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