Workhouse

Flyover

2006 (Bearos) | post-wave

Possibili sviluppi del post-rock chitarristico ed emotivo e recupero delle sonorità wave anni 80. Due temi che di questi tempi impegnano costantemente la "critica" musicale, all'uscita di ogni nuovo lavoro di gruppi collocati nell'ideale solco di Mogwai, Godspeed You! Black Emperor ed Explosions In The Sky, oppure al profilarsi all'orizzonte di qualche nuova band in grado di rispolverare i vecchi suoni wave, evitando di cadere in emulazioni facili e fin troppo smaccate.
Si tratta in apparenza di due argomenti tra loro ben distanti, che pure riescono a essere ricondotti a unità dall'opera dei Workhouse, band formatasi a Oxford e già segnalatasi nel 2003 con il suo album di debutto, "The End Of The Pier", splendido intreccio di chitarre distorte e avvolgenti ambientazioni atmosferiche, che riusciva a coniugare in maniera mirabile paesaggi sonori mogwai-ani e astrattismi in bilico tra Talk Talk e Bark Psychosis con una gradevole impronta da oscura British wave di una quindicina di anni addietro.

Nei tre anni fin qui trascorsi, la band, oltre a ricevere le ultime attenzioni del compianto John Peel, ha attraversato vicissitudini varie, fino a trovarsi priva di contratto discografico, pur con le tracce di questo nuovo album già completate. Per fortuna, la piccola ma attenta etichetta inglese Bearos - che aveva pubblicato per l'Europa anche il loro debutto - ha messo di nuovo sotto contratto i Workhouse, licenziando da poco "Flyover", undici tracce che con il loro misto di asprezza e quiete, dolcezza e impeto, confermano tutte le qualità della band, qui accentuate, se possibile, da una fluidità e accuratezza compositiva che ne dimostra l'acquisita maturità artistica.
I cinquantadue minuti di "Flyover" costituiscono un unico flusso musicale ed emozionale, che si dipana dalla dilatazione delle inafferrabili brume elettriche dell'iniziale "Chancers", attraverso un equilibrato e mai troppo prevedibile bilanciamento tra vibranti ballate, costruite sulla stratificazione delle chitarre e sul dialogo di queste con un'accurata sezione ritmica, e astratti passaggi di quiete dopo (e a volte prima) della tempesta ("Big Sam", "Sellafield", "Last Of The Big Songs").

Ma pur negli episodi di maggior impatto, nei quali sono i muri di chitarre a prendere il sopravvento ("Coathanger", "Boxing Day"), la forza espressiva dei Workhouse non sfocia mai in cieco impeto, risultando invece temperata da un costante lavorio distorsivo, senza dubbio ispirato ai primi Mogwai, ma copiosamente impregnato di un'oscura aura shoegaze (basti ascoltare la lunga intro strumentale di "Boxing Day" per materializzare il ricordo degli Swervedriver).
A conferire ulteriore compiutezza al predominante eppure etereo suono delle chitarre, già rotondo ed emozionante di per sé, vi è poi la presenza, in ben quattro brani, dell'elemento vocale, ad opera del bassista Chris Taylor, il cui cantato tenebroso e cadenzato alimenta vieppiù le fascinazioni oscure ispirate da alcune dense ambientazioni sonore, non poi così distanti dall'antica lezione dark-wave o, più semplicemente, dalla sua rivisitazione in chiave più fruibile da parte di una band quale i Kitchens Of Distinction.

Il suono dei Workhouse potrebbe dunque essere una semplice ma esauriente risposta alle due diverse questioni del superamento di certi cervellotici eccessi post-rock e del recupero, senza orpelli e superficialità modaiole, di sonorità genuinamente wave .
A questa già nota impronta della band l'album aggiunge in realtà ben poco, se non forse una certa sensazione di maggior convinzione nei propri mezzi che promana dai nuovi brani, dal loro suono asciutto e monolitico, dalle mai banali esplosioni chitarristiche, dalla sapiente alternanza tra i momenti di costruzione della tensione emotiva e quelli della sua liberatoria risoluzione. È infatti in prevalenza l'impatto sonoro delle chitarre a far decollare - più che esplodere - paesaggi sonori rarefatti, luci sfuggenti intraviste in lontananza, penombre dense di foschia, create con un'attenzione quasi cinematografica ("Shake Hands", "Coathanger", "Flyover"), che ricorre nelle immagini degli scarni testi, come il tentativo di fissare nella musica e nella memoria momenti non altrimenti catturabili.

Nella diversità delle loro sfumature, brani come "Coathanger", "Boxing Day", "Coma", "Flyover" e quasi tutti gli altri racchiusi in questo lavoro riescono a rapire e colpire nel profondo, ben al di là di qualsiasi giudizio più strettamente tecnico-artistico, una volta liberatisi dalle cui gabbie si potrà godere pienamente della sottile ricchezza emotiva della quale l'album trabocca.

(01/09/2006)

  • Tracklist
  1. Chancers
  2. Shake Hands
  3. Coathanger
  4. Boxing Day
  5. Big Sam
  6. Sellafield
  7. Coma
  8. Twinkling Lights
  9. Last Of The Big Songs
  10. Flyover
  11. Look Up At The Stars
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