Bjork

Volta

2007 (One Little Indian) | pop

Ogni uscita di Björk è una festa, se la si apprezza. E infatti io credevo che la cosa sarebbe stata semplice e immediata. In poco tempo avrei risolto tutto facilmente. In rapidissima sequenza avrei ascoltato, amato, scritto e cantato lodi, dato otto, inserito nel database di OndaRock. E via con un'altra recensione.
Invece, mi ritrovo a scrivere di un disco che segna in più di un senso una battuta d'arresto nel percorso della geniale islandese.

Björk ci ha da sempre abituato a esplorazioni, quando non a colonizzazioni, di territori nuovi. Fin dall'inizio il suo percorso artistico è stato caratterizzato da una curiosità irrefrenabile, da una fantasia senza limiti, da una formidabile capacità di rinnovarsi pur creando, nota dopo nota, uno stile e un immaginario riconoscibilissimi.
"Volta", per la prima volta (perdonate il bisticcio lessicale), è soprattutto un disco autoreferenziale, invece. Più che gli elementi di novità in primo piano finiscono i legami con il passato. Quello prossimo si manifesta nel diffuso utilizzo di fiati che ricreano le atmosfere "navali" di "Drawing Restraint 9" (ma perché no, anche di "The Anchor Song"). Quello più remoto, o comunque quello attinente a una carriera ultraventennale, fa capolino nei dettagli, nello stile, nel cantato, nella produzione, ancora una volta presa in mano da Björk, che però non mostra stavolta il coraggio e l'obliqua genialità delle sue prove migliori.

Anche i testi, sebbene più diretti ed energici del solito, mirano ai soliti obiettivi. La supremazia della natura sull'uomo ("Earth Intruders", ma anche "Vertebrae By Vertebrae"), la contemplazione e il dialogo con le persone amate ("I See Who You Are" è dedicata alla figlia Isadora, "My Juvenile" al figlio Sindri).
La stessa "Declare Independence", pur ottima, è un chiaro ritorno alle forme del passato. Il break più o meno techno prima del dolce finale è lo stesso schema di molti suoi live e di "Homogenic": alzi la mano chi, ascoltandola, non ha pensato a "Pluto", e infatti in entrambi i pezzi c'è lo zampino di Mark "LFO" Bell.

E l’incredibile, lucidissima capacità di Björk di scegliersi i collaboratori (seconda solo a quella del miglior Bowie, e sia chiaro: è un enorme complimento) sembra per la prima volta appannata.
Mark Bell si conferma produttore e beat-maker straordinario ma assolutamente incapace di influire sulla qualità della scrittura: quando è sublime ne escono le tracce di "Post", quando è quello che è viene fuori "Exciter" dei Depeche Mode. Anche se dobbiamo ammettere che le ritmiche made in Bell-Land sono sempre un piacere, inutile negarlo. Quando entra in scena quella cassa implacabile in "Declare Independence" l'adrenalina sale immediatamente. E anche in "Wanderlust" è lui il valore aggiunto. Però in "I See Who You Are" e "Vertebrae By Vertebrae" il miracolo non si ripete.

E sempre a proposito di co-produzioni, il famigerato apporto di Timbaland è talmente discreto da non essere identificabile. Sì, c'è una ritmica diversa in "Earth Intruders" e "Innocence", ma non è un po' poco per quella che per mesi doveva essere la collaborazione dei sogni del 2007?
Nonostante l'astuto produttore, "Innocence" è puro lato B (seconda parte, se escludete la vecchia logica del vinile) di "Homogenic", con pregi e difetti del caso. Fra i secondi notiamo anche un'eccessiva somiglianza con "Alarm Call".

Un ultimo appunto. Antony è sublime nell'abitare le stanze che lui stesso si progetta nei suoi album. Come ospite, invece, spesso è troppo ingombrante. Ciononostante nessuno sembra accorgersene: tutti fanno a gara per averlo nel proprio disco, e lui raramente si nega. Qui la collaborazione funziona pochino e suona un po' forzata, specie in "Dull Flame Of Desire".

Alla fine ci piacciono soprattutto "Earth Intruders", primo singolo dai denti aguzzi e cori in marcia. "Wanderlust", intriganti armonie coniugate a un beat tutt'altro che banale. E naturalmente "Declare Independence", con il suo testo a doppio senso (da una parte è per ogni donna soggiogata dal proprio uomo, dall'altra per nazioni ancora colonizzate come Groenlandia e Faer Øer) e la furia della voce accompagnata da una cassa che è colpi di mortaio.
Ci piacciono foto, grafica e packaging. Ci piace pensare che dal vivo questo disco si risolleverà, perché Björk live è semplicemente incredibile. Ci piace molto meno dover convivere, almeno fino al prossimo disco, con il sospetto che la creatività dell'islandese si stia godendo un meritato ma non gradito riposo.

P.S.: Lo so, questa recensione sembra decisamente più negativa di quanto non sia il voto qua in fondo. Ma dovete capirmi: questo è il tipico rimprovero allo studente prediletto, quello che prende sempre otto e stavolta si è impegnato poco.

(07/05/2007)

  • Tracklist
  1. Earth Intruders
  2. Wanderlust
  3. Dull Flame Of Desire
  4. Innocence
  5. I See Who You Are
  6. Vertebrae By Vertebrae
  7. Pneumonia
  8. Hope
  9. Declare Independence
  10. My Juvenile
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