Bon Iver

For Emma, Forever Ago

2007 (Jagjaguwar) | songwriter

I passi affondano nel manto ovattato della neve. Un ululato in lontananza, l'ombra di un corvo tra i rami. Il silenzio parla la lingua di chi sa ascoltare. E la solitudine può trasformarsi nella scoperta di una compagnia dimenticata. "Bon Iver è un augurio, una celebrazione e un sentimento". Quasi come se la terra ghiacciata custodisse un'enigmatica speranza.
Dietro alla stramba storpiatura francofona del buon inverno si nasconde il diario segreto del songwriter americano Justin Vernon. Una donna gli ha spezzato il cuore, gli amici gli hanno voltato le spalle: se fosse stato un personaggio di Nick Hornby, probabilmente sarebbe salito sul tetto della Casa dei Suicidi nella notte dell'ultimo dell'anno. Vernon, invece, dopo lo scioglimento della sua band (i misconosciuti DeYarmond Edison), ha deciso di abbandonare tutto per rifugiarsi in un capanno immerso nei candidi boschi del Wisconsin. E lì ha ritrovato, inatteso, il proprio volto.

Quattro mesi di solitudine tra le montagne, nel cuore dell'inverno. Legna da tagliare, distese di neve. All'inizio è stato solo un bisogno di purificazione. Poi la musica si è fatta di un nuovo strada, come un ricordo che riaffiora lentamente alla memoria. "Mi sono sentito come se tutti i blocchi che avevo posto alla mia mente ed al mio cuore in termini di espressione musicale cominciassero a sciogliersi", ricorda Vernon. Tra le pareti di legno del capanno, con una chitarra acustica, un vecchio registratore e poco altro, la sua immersione nel subconscio ha cominciato a tradursi in note impalpabili, segnate da un falsetto dall'inflessione eterea e ultraterrena. Niente a che vedere con il lirismo enfatico di Antony: piuttosto una fragilità audace vicina alle corde degli Shearwater.
Non è stato necessario aggiungere quasi nulla: un tocco di batteria in "Flume", i fiati che conducono "For Emma" a danzare sulle giostre malinconiche dei The Robot Ate Me di "Carousel Waltz"... Una produzione casalinga, eppure ricca di dettagli e stratificazioni vocali capaci di conferire ad ogni brano un sorprendente senso di coralità. Le canzoni di Bon Iver, percorse da riverberi spettrali e incastri di allitterazioni, hanno cominciato a farsi conoscere attraverso la rete, hanno conquistato l'attenzione dei blog, hanno raggiunto la consacrazione di Pitchfork: e ora la Jagjaguwar, etichetta di gente del calibro di Okkervil River e Richard Youngs, si appresta a dare nei prossimi mesi una pubblicazione ufficiale a "For Emma, Forever Ago".

Un passo lieve di chitarra introduce l'eremitaggio di Vernon, portando le ferite del Neil Young più agreste a sporcarsi di increspature di ruggine tra le pieghe di "Flume". Nel silenzio riecheggiano voci d'oltretomba, eppure il ritmo sembra farsi quasi spensierato, come un acquerello scarlatto di "If You're Feeling Sinister": ma non c'è nulla di pacificato nella melodia che l'ectoplasma della voce di Vernon evoca in "Lump Sum". Il folk antico di "Skinny Love", con la sua cadenza tra filastrocca banhartiana ed asciutta amarezza, fa da prologo al gospel scheletrico di "The Wolves (Act I And II)", ed è come se Will Oldham venisse rapito da una schiera angelica, in un crescendo in cui persino le assi della vecchia baita contribuiscono alle incursioni rumoristiche del finale.
È un progressivo denudarsi da ogni fardello, quello di Bon Iver. "Sold my cold knot / A heavy stone / Sold my red horse for a venture home / To vanish on the bow" annuncia Vernon in "Lump Sum". Occorre recidere tutto ciò che non è essenziale, per intraprendere il viaggio. "I tell my love to wreck it all", proclama in "Skinny Love", "cut all the ropes and let me fall".

Solo allora è possibile raggiungere davvero il cuore del disco: prima il ripetersi di un'unica nota, insistente come il battere della pioggia sui vetri, accompagna la dolcezza senza difese di "Blindsided"; poi una carola natalizia sognata da Tim Burton introduce il sussurro di "Creature Fear", che si apre all'improvviso in uno slancio come non se ne sentivano dai tempi di Jeff Buckley; e alla fine, ecco l'incanto di "Re: Stacks", delicato come un cristallo di neve di fronte al quale rimanere in contemplazione con il fiato sospeso.
La solitudine diventa attesa, il silenzio diventa voce. "Per la prima volta ho potuto davvero ascoltare me stesso", confessa Vernon, "avere il tempo e lo spazio che mi occorreva per ascoltare la mia voce interiore". Non è un'introspezione fine a se stessa, è l'avventura della scoperta del proprio io. "This my excavation and today is Qumran", rivela "Re: Stacks", paragonando l'immersione di Vernon nella propria anima con gli scavi nelle grotte in cui vennero rinvenuti i rotoli dell'antica comunità essenica del Mar Morto. Ecco l'essenza della musica di Bon Iver, come la descrive lo stesso Vernon nella propria pagina di MySpace: "gli scavi di Qumran, ma al presente, e per il tuo cuore". Siete pronti ad addentrarvi nelle grotte?

(19/11/2007)

  • Tracklist
  1. Flume
  2. Lump Sum
  3. Skinny Love
  4. The Wolves (Act I And II)
  5. Blindsided
  6. Creature Fear
  7. Team
  8. For Emma
  9. Re: Stacks
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