Castanets

In The Vines

2007 (Ashmatic Kitty) | alt-country

Una storia di lacrime e bramini.
Che Raymond Raposa fosse un ragazzo sensibile, fragile, permeabile alla rugiada fu chiaro sin dal primo sguardo, durante un’emozionante intervista rilasciata ai tempi di "First Light’s Freeze", nel backstage di un concerto per pochi, fortunati intimi.

Ciò che gli accadde dopo "First Light’s Freeze" fu un atto di irrimediabile malvagità, vissuto e sciorinato in tutta la sua desolazione: una rapina, dinanzi alla propria casa, con fucile puntato sulla fronte da tre uomini in grottesche maschere di odio.
Quando ogni gesto altrui, nel bene e nel male, vibra senza guaine contenitive nel proprio spirito, è facile restar vittime indifese dell’incanto o della pena. Una pena dilatata è depressione, paura del buio, degli spazi non protetti, dell’altro. Ma quando si è avvezzi a mettere insieme i cocci e avere il coraggio di esorcizzarli, può venir fuori un atto d’amore per sé e per gli altri.

"In The Vines", nuovo disco del collettivo aperto dei Castanets, animato dalla figura naif di Raymond Raposa è anche questo.
Storia di lacrime, perché in parte generata, alla maniera di tutte le uscite del Raposa, da un’esperienza personale, dolorosa come non mai, e storia di bramini, in parte ispirata da una fiaba hindù "The Well of Life", narrazione di salvifica speranza.

A partire dalla traccia d’apertura, "The Rain Will Come", ci si rende conto di non esser di fronte a un piagnisteo, ma a un alt-country bastante a sé, animato, come nella fiaba, dai field recording degli animali del bosco, che, insieme a vecchi e nuovi membri del collettivo Castanets, tra i quali Jana Hunter e l’amico e compagno di etichetta Sufjan Stevens, contribuiscono a rendere corale l’atmosfera di tutto il disco, fungendo da nicchia complice e discreta, pronta a intervenire nel momento giusto, in una (condi)visione lieta ("Westbound, Blue").

A metà dell’opera, il cuore pulsa di una catarsi a occhi chiusi, in cui la vecchia affinità con Black Heart Procession incontra l’estasi ancestrale delle percussioni ("Strong Animal"), sciogliendosi in onde sonore di ovattato pulsare, come in un moto di rallentata, perpetua oscillazione ("Three Months Paid"), e il ricordo di vecchie tormentate notti è ridotto a una volutamente facile equazione che tutto culli con dolce chitarra ("The Night Is When You Can Not See").
Sul finire, la malinconia sembra sfumare nella calma lunare di un cantato à-la Leonard Cohen ("Sounded Like Train, Wasn’t A Train"), per chiudere il cerchio di una ritrovata, pacificata coralità d’acquatica consistenza.

Come in una sorta di tonificazione dello spirito, riflessa in un registro sonoro ancor più basso e cavo, di ruvida, dimessa bellezza, "In The Vines" è l’evoluzione di un percorso di crescita interiore e musicale capace di mostrarsi anche nelle ferite, senza recarne onta alcuna, ma con sincera dignità.

(07/10/2007)

  • Tracklist
  1. Rain Will Come
  2. This Is The Early Game
  3. Westbound, Blue
  4. Strong Animal
  5. Sway
  6. The Fields Crack
  7. Three Months Paid
  8. The Night Is When You Can Not See
  9. Sounded Like a Train, Wasn't a Train
  10. And The Swimming
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