Cul De Sac

Ecim (1992)

2007 (Strange Attractors) | post-rock, avant-rock

Nel 2007 delle ristampe eccellenti (dall’avant-wave di “Soldier Talk” e “Y”, dai capolavori cantautoriali di Zevon e Cohen ai leggendari album dell’Alan Parsons Project), non poteva mancare “Ecim”, il favoloso debutto dei Cul De Sac. Le ragioni sono diverse, e tutte valide: in primis, per sopperire alla scarsa reperibilità del disco; in secondo luogo, per ridare luce e splendore a una delle (tuttora misconosciute) pietre miliari del rock dei 90. Non ultimo, per una questione filologica. Alla Strange Attractors, la label che si è sobbarcata l’onere dell’operazione - vuoi per la produzione delle opere soliste del chitarrista della band madre, Glenn Jones, vuoi per la sua tendenza acido-lisergica, vuoi per l’affiliazione al rock basato su sovratoni e libere improvvisazioni, vuoi per il proseguimento dell’“American primitive” di marca Fahey -, mancava solo l’opera prima dei Cul De Sac, per completare il quadro.
Detto e fatto. “Ecim” è di nuovo tra noi, con il suo magnifico artwork, la sua curiosa impostazione armonica (pure naif, ammettiamolo), la sua strana - ma fondamentale - miscela di jamming “buona la prima” e di esplorazione aliena, di divertissment e avanguardia applicata, di composizioni altamente originali e di eleganti omaggi ai maestri del caso.

“Stranger At Coney Island”, per scenari spettrali elettronici, figure di fingerpicking e glissando d’acustica, e una brusca interruzione che piacerebbe ai Faust, è uno dei suoi brani più significativi. “Homunculus”, suo contrario demoniaco (lungo incubo a base di distorsione elettrificata, degenerazioni noise da Can in libera uscita, improvvisazioni devianti su groove sornione), raffina l’idea. Così l’apertura, affidata a quel “Death Kit Train” che - di nuovo - imposta un groove esageratamente pregno di tensione ritmica e di fremiti dissonanti alla Velvet Underground, è un lattice robusto che si contrae, s’impenna, torna a bofonchiare inquieto e tribale.

Altro aspetto dell’opera è rappresentato dalle nenie persiane-indianeggianti. “Lauren's Blues” è una salmodia su nota tenuta, in mezzo piano, e il fantasma di Ravenstine a scalpitare imprigionato nel synth. “The Moon Scolds The Morning Star”, altro gioiello, accorpa sinusoidi tremolanti di synth a un accompagnamento da cerimoniale, scale orientali a contrappunti free-form. “The Invisible Worm” è una lamentazione per chitarra che espone una sorta di songwriting strumentale per variazioni di accordi e armonie eccentriche (e il synth, al solito, entra in scena quando vuole e fa ciò che vuole, pure prodigandosi a imitare un theremin).

Terza e ultima area tematica dell’album, come già accennato, riguarda cover o liberi (ma rispettosi) memorial. Primo fra tutti viene il rifacimento di “The Portland Cement Factory At Monolith, California”, del grande Fahey, padre e mentore della band tutta (ma con ovvio riferimento particolare al chitarrista Glenn Jones). Il tocco di chitarra, oltre a essere sapiente e nobile quasi quanto quello del maestro, è in grado di ospitare l’accompagnamento della sezione ritmica e della tastiera, che qui diventa esalazione sulfurea, futuribile e para-industriale (stavolta mimetizzandosi con le fabbriche di cemento cui il titolo allude).
L’ormai celeberrima “Song To The Siren” del bardo ultracosmico Tim Buckley è un’altra valida resa mimetica di rispetto sapiente e di ricerca degli interstizi creativi (forse volutamente lasciati intonsi dall’autore). “Nico's Dream”, come da titolo, si occupa a suo modo della splendida chanteuse: registrazioni sul campo, batteria tribale e barocca, accordi college-pop resi surreali da una tastiera che diventa zufolo, piffero, drone a imbuto, fino alla pura radiazione e al rumore concreto.

Sotto la forma di portfolio, o di campionario di presentazione, è un’opera che sfugge di continuo (pure oggi). Anche ai musicisti (e ai produttori) che nell’eccentricità divertita, nel disegno tortuoso senza schema, nell’impianto ripetitivo ma imprevedibile, hanno visto l’inizio di tendenze, modi di composizione, stile avanguardistico, persino di classe e snob. Superbe - anche se intricate e arzigogolate fino al mancamento - sono le composizioni, tutte infarcite di freschezza godibile. Il favoloso apparato elettronico di Robin Amos ruba la scena a tutti, e rincara d’umanità (burlona, artistoide, depravata, a seconda dell’estro) l’intero impianto di partenza, di per sé più che memorabile. Le tre bonus in allegato (“Negligee”, la perfetta ghost track, è un microscopico loop-collage di chitarra, carillon e scale di basso; “Cul De Sade” aumenta la dose di autoironia tramite riff duri e colate distorte; “The Bee Who Would Not Work” pasticcia dream-pop e prog sinfonico) rimangono - per forza di cose - aggiunta pressoché soprassedibile.

(30/05/2007)

  • Tracklist
1. Death Kit Train
2. The Moon Scolds The Morning Star
3. Stranger At Coney Island
4. Homunculus
5. The Portland Cement Factory At Monolith, California
6. Nico's Dream
7. The Invisible Worm
8. Song To The Siren
9. Electar
10. Lauren's Blues 

Bonus:

11. Cul De Sade
12. The Bee Who Would Not Work
13. Negligee
Cul De Sac su OndaRock
Recensioni

CUL DE SAC

Death Of The Sun

(2003 - Strange Attractors)

Cul De Sac on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.