Deerhunter

Cryptograms

2007 (Kranky) | psichedelia, space-rock

Secondo album ufficiale per la band di Atlanta e primo a uscire su Kranky, “Cryptograms” è un disco dal duplice volto: da un lato, una psichedelica ambientale impregnata di echi garage; dall’altro, uno psych-pop nemmeno tanto originale, ma malandrino quanto basta per farci subito affezionare. La stessa sequenza dei brani mostra, netta e incontestabile, questa sensibilità bifronte, questa incapacità (perché, in fondo, è di questo che si tratta) di sintetizzare in un corpo unico e inscindibile sonorità anche molto distanti tra loro.

Dopo un’introduzione a base di scrosci d’acqua, pulsare ipnotico e frequenze astrali, la title track incomincia a tratteggiare, con dei Six Finger Satellite a basso voltaggio, i contorni della prima faccia della loro medaglia. La musica ha un non so che di trasandato, come copione impone, ma la scenografia ambient e i rigurgiti lisergici sanno di grandeur romantica, di afflato misticheggiante. Ne è un esempio clamoroso l’armonia “ultravioletta” à-la Tim Hecker di “White Ink”, mentre su di un piano più evocativo si situano il lirismo aereo di “Tape His Orchid” e il vaneggiamento new age indianeggiante di “Providence”.
Il balletto finto-industriale di “Lake Somerset” suona un po’ come una jam tra Grifters e Simply Saucer, mentre precedendo il languido drone in modulazione di “Red Ink”, “Octet” tratteggia una delicata panoramica spacey, di quelle che la melodia è tutta un'ascensione di piccoli, sottilissimi sussulti.

Si diceva di una sensibilità bifronte dei Deerhunter. Ebbene, a partire da “Spring Hall Convert”, le cose tendono sostanzialmente a cambiare. La matrice psichedelica è sempre presente, ma questa volta è il pop a rappresentare il nucleo centrale della loro ispirazione. La dolceamara “Strange Lights” ci porta per mano in una swinging London incantata. Dentro le tessiture e le armonie di “Hazel St.” si sentono echi radiosi di Byrds, ma come filtrati da una sensibilità pop d’ascendenza post-punk, di cui si nutre anche la conclusiva “Heatherwood”.

Insomma, un lavoro estremamente piacevole, anche (e, forse, soprattutto) per quella sua sotterranea aria di pressappochismo artistoide. Tuttavia, la sensazione è che la band possa fare di meglio, armonizzando con maggiore naturalezza le sue disparate influenze.

(30/12/2006)

  • Tracklist

1. Intro
2. Cryptograms
3. White Ink
4. Lake Somerset
5. Providence
6. Octet
7. Red Ink
8. Spring Hall Convert
9. Strange Lights
10. Hazel St.
11. Tape His Orchid
12. Heatherwood

 

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