FLOBOTS - Fight With Tools

2007 (Universal republic)
alt-rock, crossover, rap

Strano destino quello dei Flobots, nato come collettivo universitario all’alba degli anni 2000 (tanto che un brano del loro Lp d’esordio “Onomatopoeia” finì nella compilation dell’Mit) miscelando rap bianco e rock alternativo alla Cake ed esploso nell’aprile di quest’anno con l’improvviso successo del singolo “Handlebars” (e come niente, bang: numero 3 di Billboard), dopo che nemmeno la pubblicazione del secondo album, il presente “Fight With Tools”, nell’ottobre del 2007, sembrava sufficiente a rischiare i sette anni trascorsi nell’oscurità.

Capitati al posto giusto nel momento giusto, ovvero alla fine di un ciclo terribile per la storia recente degli Stati Uniti (dall’11 settembre agli ultimi mesi della presidenza Bush, con tutto quello che c’è stato in mezzo), quasi a raccogliere idealmente il testimone di un altro gruppo, ben più famoso e acclamato, che esalò il suo ultimo ringhioso sospiro proprio nell’anno delle presidenziali che incoronarono per la prima volta il presidente uscente. I Flobots come i RATM dell’era Obama? La tempistica potrebbe far pensare male. E la puzza di bruciato avrà fatto storcere il naso a molti dietrologi dell’estetica musicale e promozionale.

Deponendo i pregiudizi, a ogni buon conto, ci accorgeremmo che, al di là dell’enfasi declamatoria (a tratti un po’ ingenua) e della comune iconografia rap-militante, le analogie fra le due band sono minori di quanto si potesse supporre: il gruppo di Denver (2 mc, chitarra, basso, violino, tromba e batteria) suona un rap-rock occasionalmente progressivo e poliritmico con arrangiamenti scarni che privilegiano l’uso degli archi e dei fiati, una versione aggiornata (e semplificata) di Stetsasonic, Aesop Rock, Living Colour e RHCP. Come in “Same Thing” o in “The Rhythm Method” crossover con staccati funk da blackexploitation e call and response. Anche se il meglio lo dà quando si scioglie nella ritmica jazzata e nelle armonie d’archi di “Stand Up”, nel drum’n’bass con flow alla Krs One, fiati in sottofondo, ritornello hard-rock e assolo di violino finale di “Fight With Tools”, nel soul-jazz cinematico corroborato di funk-rock psichedelico di “Never Hard It”, nell’hip-hop segaligno, sincopato e strumentale alla Roots di “Combat”, nel toccante talkin’ post-dylaniano allestito su una base funk ciclica e dilatata con cori gospel femminili in sottofondo dell’epica “Anne Braden” (dedicata alla giornalista e attivista dei diritti civili scomparsa nel 2006: nei sample si possono ascoltare scampoli della sua vera voce). Più espliciti i due singoli: l’orecchiabile “Handlebars” che dietro l’innocuo pop-rock di facciata affonda una polemica non banale contro il rap game più sguaiato come metafora di un’America ricca, violenta e indifferente e la marziale “Rise”, sorta di marchin’protest song in chiave hip-hop.

Più di un semplice fenomeno in ascesa mediatica, anche se, detto per inciso, nulla di così eclatante. Va da sé che, per chi scrive, un ascolto questi ragazzi se lo meriterebbero: e non solo per le cose che dicono ma, una volta tanto, per come le dicono.

11/01/2009

Tracklist

  1. 1. There's A War Going On Out Of Your Mind
  2. 2. Mayday
  3. 3. Same Thing
  4. 4. Stand Up
  5. 5. Flight With Tools
  6. 6. Handlebars
  7. 7. Never Had It
  8. 8. Combat
  9. 9. The Rhythm Method (Move!)
  10. 10. Anne Braden
  11. 11. We Are Winning
  12. 12. Rise

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