Arve Henriksen

Strjon

2007 (Rune Grammofon) | avanguardia

La tromba "non mente", è una questione di voce, di densità della voce. Ancora oggi, puoi avere il rack effetti più accessoriato del momento - e saperlo usare - ma se vuoi davvero provare a passare per trombettista, più di tanto non puoi barare. E la posa rimane la stessa, quella antica e solitaria del man with his horn. Lo sanno bene i trombettisti moderni (Jon Hassell, Nils Petter Molvaer, per certi versi Eric Truffaz), così come lo sa bene Arve Henriksen, "giovane" trombettista norvegese, che proprio per via di questa densità, a 39 anni compiuti, si guarda indietro per tracciare un percorso. Certamente Henriksen un paio di cose le ha fatte: giusto sette album con i Supersilent, per cominciare, poi già due album da solista ("Sakuteiki" e "Chiaroscuro"), più decine di collaborazioni (da Ian Ballamy ai Motorpsycho). E con il terzo album, "Strjon", apre la valigia dei ricordi.

Strjon è l'antico nome del villaggio norvegese Stryn, sul fiordo Nordfjord, dove Henriksen è nato e cresciuto "costantemente bombardato per quasi vent'anni da un'impressionante natura". Ma l'ispirazione dell’album non è meramente paesaggistica: Stryn Henriksen cresce come musicista, registrando regolarmente su nastri e mini-disc un diario di appunti sonori. Ecco allora l'affascinante idea dietro "Strjon": sotto la guida esperta di Deathprod (produttore "virale" già al suo fianco nei Supersilent), Henriksen ritorna sui diari sonori come archeologo della sua stessa voce. I nastri vengono riesumati, ripuliti, rimontati, rieseguiti, arricchiti, usati insomma per ricomporre il mosaico di un autoritratto esplorativo. "La mia idea era di cercare in quei suoni e materiali una storia, delle sensazioni, e forse capire le ragioni per cui suono nella maniera in cui suono", rivela Henriksen nelle note di presentazione all'uscita del disco.

Lo stile è quello minimale di sempre. Pezzi incentrati sul suono di una tromba flautata, leggera, dal fraseggio lirico e misurato, ma sempre profondo e penetrante. Come base d’appoggio un ribollire sonoro, ora uniforme, ora più spigoloso, da cui emergono sintetizzatori, chitarre filtrate, pianoforti preparati, organi, oggetti di piccolo taglio e mantra vocali. La tromba, in genere poco effettata, compie minute capriole sopra la tessitura sottostante, salvo venirne a volte inghiottita, col montare della marea pilotata da Deathprod. Anche in "Strjon" il suono di Henriksen mostra le contaminazioni con il flauto giapponese shakuhachi ("scoperto" definitivamente in "Sakuteiki"), ma produce anche i contorni classicheggianti di "Alpine Pyramid", gli armonici multiformi di "Evocation", il puro soffio di "Wind And Bow", la pioggia di delay in "Glacier Descent". Totalmente assenti commenti ritmici e altri timbriche soliste, ma non se ne sente la mancanza. Più duro constatare l’assenza delle fenomenali vocalizzazioni in falsetto che Henriksen aveva cominciato a sperimentare in "Chiaroscuro" (ma, chiaro, quelle a Stryn dovevano ancora vedere la luce).

"Sakuteiki" era immediato, perché praticamente senza mediazioni ci presentava la voce di Henriksen come punto d’arrivo. "Chiaroscuro" era (si può dire?) "sublime", vale a dire grandioso e misterioso allo stesso tempo. "Strjon" è più intimo e scarno (anche nella qualità produttiva, va detto), profondo soliloquio meditativo che diviene pacato dialogo (con Deathprod, e in due brani con Stale Storlokken, Supersilent anche lui). Contiene il coraggioso paradosso di lavorare sulle pieghe nascoste di qualcosa - la voce - che per definizione dovrebbe essere immediato. Chissà se Henriksen ha poi trovato delle risposte. Il pezzo più inquietante di "Strjon" è proprio il brano omonimo, che consta unicamente di un minaccioso drone riverberato. Vorrà dire qualcosa?

(01/04/2007)

  • Tracklist
  1. Evocation
  2. Black Mountain
  3. Ascent
  4. Leaf And Rock
  5. Ancient And Accepted Rite
  6. Twin Lake
  7. Green Water
  8. Alpine Pyramid
  9. Wind And Bow
  10. Strjon
  11. Glacier Descent
  12. In The Light
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