Meg Baird

Dear Companion

2007 (Drag City) | folk

C’era una volta una principessa con una voce talmente soave che tutta la corte, quando lei iniziava a cantare, si fermava estasiata ad ascoltarla. Il re, temendo che qualcuno la potesse rapire, decise di rinchiuderla in cima alla torre più alta del castello. E così, sola nella sua piccola prigione, la principessa passava le notti a cantare alle stelle, che da una finestrella riflettevano il loro brillìo nella fredda stanza, illuminandole il viso. Cantava storie di dame e cavalieri, di amore e morte, di fedeltà e tradimenti. Cantava alla luna e cantava alle stelle, e il suo canto era dolce e intriso di malinconia.

L’esordio solista di Meg Baird, già voce degli Espers, prende corpo durante le lavorazioni di "II", ultimo album della band americana uscito nel 2006 sotto l’etichetta Drag City. "Dear Companion" esce a un anno esatto di distanza da quegli istanti rubati alle sessioni di "II", a un anno da quelle solitarie registrazioni eseguite da Meg nell’intimità del suo attico di Philadelphia. Qui la Baird si lascia trasportare da melodie a lei particolarmente care, riprendendo sia antiche ballate della tradizione folk che brani appartenenti al cantautorato folk più recente, e "Dear Companion" è pertanto il risultato della rivisitazione acustica di questi pezzi, ai quali si aggiungono un paio di originali della giovane songwriter statunitense.

Lo stile dell’album sembra oscillare tra due diverse atmosfere, dove non è tanto (o solo) l’età anagrafica del brano che viene riproposto a fare la differenza, quanto soprattutto la modulazione della voce della Baird, accompagnata dalla giusta ritmica alla chitarra. Si passa da una intonazione vocale più suadente e morbida abbinata a un accompagnamento avvolgente e leggero allo stesso tempo, che conferiscono la sensazione di un pacato calore, di un misurato seppure intensissimo trasporto ("Dear Companion", "Do What You Gotta Do", "Waltz Of The Tennis Players"), a una intonazione più "asciutta" e vibrante, seppure ancora carezzevole, con un accompagnamento che spesso risulta molto scarno ed essenziale, a volte anche quasi esclusivamente ritmico, riportando l’ascoltatore con la mente alla dimensione del racconto "simil-aedico" di una qualche saga nordica ("River Song", "The Cruelty Of Barbery Allen", "Sweet William And Fair Ellen").

"Dear Companion" è una raccolta di ballate, cronologicamente anche molto distanti le une dalle altre, tutte interpretate in maniera profondamente intima, quasi al limite del personale. Questa è in fondo la piccola magia realizzata dalla Baird nel suo primo lavoro solista: riuscire ad armonizzare in un modo che si potrebbe definire "poeticamente malinconico" brani che differiscono fortemente tra loro per svariati aspetti, anche in virtù del contesto storico-culturale nel quale hanno rispettivamente visto la luce, facendo così convivere dame e cavalieri ottocenteschi con amanti dei giorni nostri, alternando un linguaggio anche a volte del tutto anacronistico con l’inglese d’uso corrente. Ma, nonostante questo, in "Dear Companion" non si avverte alcun tipo di conflitto, e l’album si sviluppa in maniera assolutamente fluida e perfettamente equilibrata alternando le due atmosfere di fondo.

Tra i brani tradizionali, una nota di merito va senz’altro alla reinterpretazione di "Willie O’Winsbury", una ballata scozzese del 1700, che la Baird spoglia completamente della veste folkloristico-popolare originaria: la ritmica rallenta e la chitarra si trasforma in avvolgente calice a sostegno dei delicati sussurri che compongono la corolla, risultando così in un elegiaco fiore di rara bellezza.
"Dear Companion" contiene anche un paio di brani scritti dalla Baird ("Riverhouse In Tinicum", "Maiden In The Moor Lay"), che esprimono la stessa delicata sensibilità presente nel resto dell’album e che dimostrano una capacità compositiva notevole.

L’album, come un cerchio magico, si chiude inaspettatamente con una bonus track, una versione "alternativa" della title track "Dear Companion", che faceva per l’appunto da ouverture. Se nella opening track il dolore inconsolabile per il perduto amore veniva in qualche modo lenito dalla chitarra, in quest’ultima traccia fantasma resta esclusivamente la voce, assoluta e solitaria protagonista: il triste canto della principessa si innalza dolcemente, scivolando lieve fuori dal piccolo pertugio in cima alla torre, e vola via in alto in mezzo alla notte stellata, correndo leggero fino a raggiungere per un’ultima volta tutti gli animi malinconici e tutti i cuori infranti.

(09/07/2007)

  • Tracklist
  1. Dear Companion
  2. River Song
  3. The Cruelty Of Barbary Allen
  4. Do What You Gotta Do
  5. Riverhouse In Tinicum
  6. The Waltze Of The Tennis Players
  7. Maiden In The Moor Lay
  8. Sweet William And Fair Ellen
  9. All I Ever Wanted
  10. Willie O’Winsbury
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