Due tracce, una per lato, quasi un’ora di musica. Ed il quinto disco dei finlandesi Moonsorrow è servito. Viking-metal progressivo, epico, imponente. Drammatici crescendo, zone apparentemente morte, aperture melodiche che brulicano di furia e disperazione, in un mix a suo modo esemplare, capace di non annoiare mai, rapiti come siamo in un turbine incandescente che, alla lunga, finisce per ipnotizzare più che stordire o annichilire. Qualche ridondanza, ovvio. Ma non si può pretendere sempre la luna.
“Jäästä Syntynyt / Varjojen Virta” (30:10) ci mette più di cinque minuti per decollare. Prima, ci sono accordi tintinnanti e rumori che galleggiano in un vuoto inquieto, torbido. Poi, una continua, estasiata esasperazione ascensionale, tra break strumentali cadenzati e ricchi di pathos, accelerazioni come fiammate e paesaggi ambient-folk che sono come oasi in mezzo alla tempesta, zone franche in cui ci si lecca le ferite a vicenda, ci si ridesta per il domani. Non sarà una delle migliori voci del genere, ma quella di Ville Sorvali è una minaccia costante per le nostre coronarie: un urlo che dispera della fine così come dell’inizio, in un gioco al massacro spirituale che finisce per rendere questa esperienza tonificante come una dose massiccia di frustate. La sezione ritmica è onnipresente e potente, catastrofica nel suo segnare il cammino lungo cui scivolano, insidiose, chitarra e tastiere, unite o disunite che siano, pur sempre in perfetta simbiosi narrativa. E’ la perfetta colonna sonora per un campo di battaglia innevato, segnato da un sole crepuscolare che insidia rivoli di sangue.
L’atmosfera pagana e pregna di malinconia che apre “Tuleen Ajettu Maa” prelude ad un nuovo assalto, in un’alternanza di quiete e tempesta che, ancora nella seconda parte, scioglie tutte le riserve per dare corpo ad un’esplosione orizzontale. E’ un fiume in piena di portata visionaria. Una musica intimamente segnata da uno sforzo trasfigurante, una tensione all’oltrepassamento. Ecco perchè, allora, le emozioni, sottoposte ad una pressione esasperante, vengono continuamente risucchiate e rigettate sotto forma di sensazioni sonore dilaniate. Parossismo cinetico, ma multisfaccettato grazie alla sovra-struttura “progressiva”. Mentre, intanto, si manifesta la fine ed il suono si fa sempre più denso, solcato da reminiscenze antiche, da barlumi di un tempo mitico. E, ancora, un’ultima chiamata alle armi, prima che resti solo il sinistro vibrare del vento nella foresta inzuppata dalla pioggia.
23/02/2007