Ponys

Turn The Lights On

2007 (Matador) | psych-rock

Spira una brezza decisamente anni Sessanta tra le alture del terzo disco dei Ponys, band di Chicago che, dopo i buoni riscontri del precedente "Celebration Castle" (2005), approda al suo primo disco su major. Un’aria spessa e rarefatta, densa di riverberi e impercettibili rifrazioni elettriche, che rimanda agli anni irripetibili della psichedelia di Pretty Things, Move, Creation, 13th Floor Elevetors, Grateful Dead e forse, in alcuni frangenti, addirittura Doors. Il tutto immerso e ammorbidito, però, nella coltre avvolgente dell’indie-rock americano degli ultimi venti anni, che da Pixies e Dinosaur Jr arriva fino ai Sonic Youth, passando attraverso Slint o Pavement.

L’atmosfera dischiusa da pezzi come "Double Vision" sembra predisporre lo spazio vischioso e fumante di un Ufo Club perfettamente conservato, che si riaffaccia come un fantasma dalle pieghe di anni ormai lontani: la voce si restituisce dilatata e liquorosa, le chitarre si gonfiano in ampie volute disegnando trame volatili e passeggere, mentre batteria e basso delimitano e ritagliano territori instabili e vibranti. Composizioni come "Small Talk" (peraltro notevolissima) sembrano inanellare infiniti turbini ascensionali, rosicchiati sullo sfondo dagli acidi brulicanti di distorsioni sottili e imprecise.
In "Turn The Lights On" affiorano legami con un suono di matrice genuinamente blues (e in questo si avverte un forse flebile ma decisivo rapporto con i Doors), mentre nelle successive "1209 Seminary", "Kingdom Of Hearts" e soprattutto "Shine" (forse la migliore canzone inclusa nel disco), il rituale psichedelico tende a ricomporsi, attraverso infiorescenze e gemmazioni chitarristiche, spesso vestite di un tessuto corrotto e trasandato tipicamente garage, quando non addirittura lo-fi, che sembra rinviare tanto ai Crazy Horse di Neil Young quanto a fenomeni più recenti come Cold War Kids o Tapes’n’Tapes.

Il gruppo denota sicuramente una buona attitudine compositiva e una ragionevole originalità, che si riscontra soprattutto negli episodi caratterizzati da una maggiore complessità e variegatezza delle forme, come "Exile On My Street" (citazione dotta e frase significativa che forse spalanca il senso complessivo di questo disco) o "Harakiri", in cui è possibile osservare i movimenti e le concrezioni in cui si imprigiona e subito si smarca il flusso pastoso e guizzante del suono di questo gruppo. Tutte le canzoni sembrano così riallacciarsi in un corpo unico, scosso da improvvisi smottamenti e crolli interni, così come da una circolazione ininterrotta di fluidi e percezioni alterate.

In definitiva, questo "Turn The Lights On" si rivela un buon album che conferma quanto di positivo la band aveva già saputo esprimere in passato. A suo modo potrebbe rappresentare il primo concreto passo verso una reale affermazione e consacrazione su scala internazionale. Speriamo solo che tengano.

(19/06/2007)

  • Tracklist

1. Double Vision
2. Everyday Weapon
3. Small Talk
4. Turn the Lights Out
5. 1209 Seminary
6. Shine
7. Kingdom of Hearts
8. Poser Psychotic
9. Exile on My Street
10. Harakiri
11. Maybe I'll Try
12. Pickpocket Song

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