Pretty Things

Balboa Island

2007 (Cote Basque/ Cadiz Music/ Venus dischi) | blues-rock

E' proprio necessario spiegare chi sono stati The Pretty Things tra i 60 e i 70? Forse sì, magari alle nuove generazioni, sempre che abbiano voglia di saperlo... Diciamo per sintetizzare che nella prima metà dei 60 hanno conteso agli Stones, insieme ad Animals e Yardbirds, lo scettro di miglior band beat/r&b della nascente scena rock britannica o british invasion, in virtù di un grande e selvaggio cantante, Phil May, e di un chitarra solista, Dick Taylor, che proveniva dagli stessi Stones e che dava lezioni di blues a Keith Richards e Hilton Valentine.
Dopo un apprendistato di due album per la Fontana sulle cover dei padri del blues e del rock&roll (non lungo quanto quello dei Rolling Stones) e dopo un ottimo "Emotions", nel quale cercavano attraverso un beat trasversale nuove direzioni melodiche e compositive, scrivono con “S.F. Sorrows” un pezzo di storia del rock, incidendo l'antesignano dei concept-album di lì poco a venire, come “Tommy” degli Who e “Arthur” dei Kinks. Lo riproporranno dal vivo agli Abbey Road studios nel 2003.

Questo nuovo "Balboa Island", dopo varie collaborazioni e incisioni dal vivo negli anni 80 e 90, è il loro vero primo album in studio degli ultimi otto anni, nonché l'undicesimo dei loro 43 anni di carriera.Possiamo considerarlo un sunto musicale ed esistenziale in tal senso, con flash vividi di un glorioso passato - “The Beat Goes On”, “In The Beginning”, “Livin' In My Skin” - nei quali vibranti toni autobiografici sono più che palesi: l'urgenza malinconica della voce di Phil May soprattutto rinverdisce i fasti degli esordi.

Probabilmente, “Balboa Island” è un album che solo i veterani del rock sapranno apprezzare con dedizione d'ascolto: in più di un episodio riemerge l'antica oscura energia pre-punk impregnata di blues urbano, ma anche di folk maturo e blues rurale. Come negli otto minuti di “(Blues for) Robert Johnson”, omaggio a uno degli indiscussi maestri del blues, che sconfina a onor del vero nell'autocompiacimento esecutivo: si fatica un po’ a stargli dietro.Altrettanto deep/dark la lunga rilettura acustica della dylaniana “The Ballad Of Hollis Brown”; coinvolgenti le altre cover emotive di “Feel Like Goin' Home” e “Freedom Song”.
Altrove, invece, The Pretty Things cercano, con risultati alterni, di inseguire la leggerezza espressiva freakbeat delle pagine migliori di “Emotions” e “S.F. Sorrow” (“Dearly Beloved”, “Balboa Island”, “Mimi”, “Pretty Beat”).

“Balboa Island”: un piccolo avvenimento che sarà magari liquidato con poche battute dalla “stampa che conta”. Ma vi pare poca cosa un nuovo disco nel 2007 (senza che lo spirito originario sia andato perso) dell'unica band della 60’s British Invasion, che praticamente suona ancora con la line-up originale (unica eccezione il chitarrista Frank Holland con loro dal 1992)?Dopo alcuni ascolti, nonostante qualche eccesso di autocelebrazione, speri che May, Taylor & c. non saranno così cinici dal farci aspettare altri otto anni per regalarci un altro album fuori dal tempo, denso e generoso.
Si astengano i fanatici a oltranza delle nuove fatue band-meteora britanniche.

(19/10/2007)

  • Tracklist
  1. The Beat Goes On
  2. Livin' in My Skin
  3. Buried Alive
  4. (Blues for) Robert Johnson
  5. Mim
  6. Pretty Beat
  7. The Ballad of Hollis Brown    8. In the Beginning
  8. Feel Like Goin' Home
  9. Freedom Song
  10. Dearly Beloved
  11. All Light Up
  12. Balboa Island
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