Spokane

Little Hours

2007 (Jagjaguwar) | slow-core, ambient

Affiochite le luci; chiudete il mondo fuori.
Questo richiede la musica degli Spokane, una musica che non si addice di certo a quanti, in questa forma d’arte, ricerchino ritmo e spensieratezza, e che adesso sembra anzi spostare ancora di più il proprio fulcro dall’intimismo all’isolazionismo, dall’abituale lentezza espressiva fino al fascino misterioso del silenzio.

Se infatti già il precedente album “Measurement” costituiva una sorta di “grado zero” della lentezza, nonché un ideale coronamento del percorso verso il minimalismo del chitarrista e songwriter Rick Alverson, “Little Hours” sviluppa in maniera estrema l’ambient-core presente in nuce in quel lavoro risalente a quasi quattro anni fa, riducendo all’osso la struttura di brani nei quali più sensibile è il contributo di synth e field recordings, ancora una volta affidati all’ex-Labradford Robert Donne.

Tuttavia, il vero protagonista di “Little Hours” è il pianoforte, presente nella maggior parte dei brani, sotto forma di scarne armonie di sole due o tre note, oppure di suoni sparsi, che costituiscono lo scheletro sul quale si sostengono le melodie incantate accennate dalle voci, sempre più eteree e astratte, di Rick Alverson e Courtney Bowles. Ad eccezione dei due spettrali passaggi ambientali di “Building” e “Addendum”, tutti gli altri brani compresi in “Little Hours” sono vere e proprie “canzoni”, costruite con una parsimonia di elementi davvero stupefacente, particolarmente evidente in “Middle School” e “Tell Me”, ove è il solo pianoforte a supportare la lentezza catatonica del cantato.

Ma anche laddove compassati arpeggi acustici delineano melodie lievemente più strutturate, come in “Minor Careers” e “Leases & Promises”, a farla da padrone è sempre la misuratezza delle composizioni e la certosina cura nell’accostamento dei suoni. Potrebbe infatti apparire paradossale parlare di ricchezza e varietà con riferimento a un album costituito da poche note ed elementi, eppure gli Spokane, nel volgere delle dieci tracce di “Little Hours”, riescono a spaziare dall’”environmental music” al classicismo pianistico, da lontane reminiscenze slow-core a timide manipolazioni ambient-elettroniche, fino a sobri arrangiamenti “da camera”.

Tratti comuni a tutte queste espressioni, restano tuttavia l’omogenea patina di visionaria lentezza e il raffinato gioco di sospensioni temporali che connotano il songwriting di Rick Alverson, caratteristiche che raggiungono il culmine, formalmente perfetto ed emotivamente toccante, nei pochi secondi di quasi assoluto silenzio che costituiscono la chiave di volta di quella meraviglia di understatement dal titolo “Thankless Marriage”, ove astrattezza e iterazione dei suoni fanno tutt’uno con delicate melodie vocali, esili tratti armonici e arrangiamenti d’archi, affidati alla collaborazione di Champ e Billy Bennett dei Gregor Samsa, che così ricambiano la partecipazione di Alverson al loro “55:12”.

Cupo, lentissimo, contemplativo, a tratti straniante, “Little Hours” è un album che esige attenzione e pazienza per essere apprezzato, incentrato com’è sull’accurata distillazione dei suoni, sulla dilatazione estrema degli interstizi tra una nota e l’altra. È in questo modo che gli Spokane riescono a creare una disorientante attesa per ogni singola nota, per ogni pulsazione cardiaca, senza fornire assicurazioni circa il loro successivo venire in essere, così dimostrando quanto ognuna di esse sia preziosa ed essenziale.

(14/08/2007)

  • Tracklist
  1. Singing
  2. Minor Careers
  3. If There Is Hope, It Lies In The Proles
  4. Thankless Marriage
  5. Building
  6. Middle School
  7. Addendum
  8. These Things
  9. Leases & Promises
  10. Tell Me
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