Tomahawk

Anonymous

2007 (Ipecac) | avant-rock

Finalmente un disco che fa gridare al miracolo (insieme, per la verità, all’ultimo dei Battles, qui rappresentati dal batterista, John Stanier). Un disco la cui nascita era stata messa più volte in discussione dagli stessi partorienti, impegnati nelle loro rispettive esperienze, e che quindi giunge quasi inaspettato. 

Terza prova sulla lunga distanza dei Tomahawk, "Anonymous" è interamente ispirato alle musiche della tradizione dei Nativi americani: inni, danze rituali, invocazioni di spiriti, canti di battaglia, e lo spunto di tale operazione è da attribuire quasi interamente a Duane Denison (già chitarrista dei Jesus Lizard). Durante il suo tour con Hank William III tra le riserve indiane, Denison pensava di riscoprire un antico patrimonio musicale ancora intatto, ma si è trovato di fronte solo una grande quantità di musicisti blues e new age (sic!). Lo stesso ex-Jesus Lizard ha affermato: “Ero piuttosto deluso da queste band di Nativi. Pensavo ci fosse musica da qualche parte che fosse più aggressiva, sinistra e più dinamica”. Mosso da questo disappunto, ha indirizzato la sua ricerca alla scoperta di libri dei primi del '900, nei quali erano trascritte alcune canzoni indiane. E' giunto così all’elaborazione di questo progetto, che non è, tuttavia, un’operazione filologica tout court, bensì una rielaborazione della cultura indigena, plasmata attorno a una materia rock sempre viva e presente. 

La traccia d’apertura prepara il terreno: quasi un mantra, un momento di riflessione, di raccoglimento prima della battaglia. E poi via ai canti propiziatori, gli spiriti guidino i Nostri alla cattura della volpe e dell’antilope… Alcune composizioni come “Mescal Rite 1” e “Ghost Dance” si articolano con una procedura ben riconoscibile, quasi pop nella forma. Chitarra che scandisce il canto, la ritmica che la doppia e la voce che si unisce. In mezzo, pause e rumori d’ambiente, evocativi arpeggi di dobro. “Red Fox” ha un andamento a metà strada tra un funk esoterico e un trip-hop oscuro dei Massive Attack più irritati. Alcune canzoni rimandano alle atmosfere del primo album a nome Tomahawk, come “Cradle Song” e “Omaha Dance”.

L’apice del disco è però rappresentato da “Antelope Ceremony”, song tribale capace di flirtare con i Beach Boys e la psichedelica californiana anni 60. Omaha era una distesa di tende Sioux, ora i nuovi totem sono i grattacieli... Il brano di chiusura, “Long, Long Weary Day” (che miracolosamente fonde tradizione la folk americana al barocco europeo) descrive l’incontro dell’indigeno con il colono, un incontro nella realtà fatto di sangue e soprusi, ma che nella trasfigurazione di Denison diviene un momento di riappacificazione, di scambio culturale, di dialogo possibile fra due mondi allontanati dalle guerre e dalle sopraffazioni.

E’ stupefacente come il soundfinale sia riuscito ad assorbire tali tradizioni in modo verosimile, come chitarra, batteria e voce (manca il defezionario Kevin Rutmanis), elementi precipui della tradizione rock, possano riuscire a raccontarci storie antichissime, per fortuna non ancora del tutto sepolte dalla polvere dell’Occidente.

Patton è lo stregone, lo psicopompo, evocativo e mai sopra le righe, così come il suo apporto elettronico. Il suono di Denison e di Stanier è avvolgente, quasi math nell’impostazione ritmica. Ma questo non è un disco di math-rock, non è un disco folk né un disco di world-music. E’ semplicemente il disco di musicisti colti e intelligenti che amano mettere in gioco sé stessi e andare alla ricerca di nuove forme musicali. E soprattutto: è un disco con un’anima.

(25/06/2007)

  • Tracklist
1. War Song
2. Mescal Rite 1
3. Ghost Dancer
4. Red Fox
5. Cradle Song
6. Antelope Ceremony
7. Song Of Victory
8. Omaha Dance
9. Sun Dance
10. Mescal Rite 2
11. Totem
12. Crow Dance
13. Long, Long Weary Day
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