John Vanderslice

Emerald City

2007 (Barsuk) | songwriter

Le ossessioni dell’America di inizio millennio, come una ferita che si ostina a non volersi rimarginare, continuano a bruciare nel cuore delle canzoni di John Vanderslice. Come già nel precedente “Pixel Revolt”, lo spettro delle Torri Gemelle getta ancora una volta la propria ombra sinistra su ogni verso: ma stavolta la paranoia è ancora più opprimente, l’angoscia più livida, l’insicurezza più profonda. Saette che squarciano il cielo, nubi che oscurano i grattacieli di New York, la Torre dei tarocchi come un’oscura premonizione di sventura: “Emerald City” si presenta come il disco più teso e nervoso del songwriter californiano, dominato da riverberi di chitarre ed immagini di apocalittica claustrofobia.

Un pugno compatto di brani che ha visto la luce come di consueto tra le mura degli studi Tiny Telephone di proprietà di Vanderslice a San Francisco, con l’accompagnamento di una band già affiatata dall’esperienza sul palco e con la presenza alla consolle del fido Scott Solter (che nel frattempo ha realizzato anche un remix di “Pixel Revolt” scaricabile gratuitamente dal sito ufficiale dell’artista). Un approccio diretto ed essenziale, quello scelto da Vanderslice per il proprio sesto disco, che sembra averlo indotto ad osare meno che in passato nella ricerca sonora.
Ecco allora che i momenti più efficaci di “Emerald City” finiscono per essere quelli in cui gli spigoli delle chitarre acustiche prendono il sopravvento, riempiendo lo spazio con i loro effetti distorsivi, come nell’iniziale “Kookaburra”, in “Time To Go” e nella vibrante “White Dove”. “C’è qualcosa di femminile e sottile in una chitarra acustica”, riflette Vanderslice, “anche quando è distorta fino ad arrivare al cielo”. Ed il risultato assume le vesti di un apocrifo dei Mountain Goats affidato alle cure dei Neutral Milk Hotel.

Non mancano le ballate nel più classico stile di Vanderslice, come “The Parade” e “The Tower”, ma quando cerca di spingersi in una direzione differente, “Emerald City” preferisce affidarsi alla mano di Solter lasciando da parte le pulsazioni analogiche di “Pixel Revolt”: “Tablespoon Of Codeine” e “The Minaret” si spostano così verso atmosfere indietroniche scandite da un pianoforte jazzistico, da qualche parte tra Tunng e Thom Yorke. Non a caso, Vanderslice ha da poco reso esplicitamente omaggio al proprio amore per i Radiohead realizzando una suggestiva cover di “Karma Police” per la compilation “Ok X: A Tribute To Ok Computer”, presentata dal sito web Stereogum.

La città di smeraldo del titolo si riferisce alla “zona verde” di Baghdad, l’enclave eretta dalle forze americane nel centro della capitale irachena come quartier generale del governo provvisorio dopo la caduta di Saddam Hussein: metafora di un’assedio permanente in cui l’America si sente stretta ed in cui la vita sembra rimanere intrappolata. “La città di Baghdad sembra l’epicentro della follia americana”, afferma Vanderslice. Eppure, stavolta i suoi versi non sono immuni da quella retorica che in passato l’ex chitarrista degli MK Ultra aveva saputo evitare.
Dal militante antigovernativo di “Tablespoon Of Codeine”, imbottito di narcotici per sfuggire all’assillo che gli attentati dell’11 settembre non siano altro che un falso, al soldato americano che in “The Minaret” raggiunge la cima di una moschea e rimane paralizzato dalla possibilità di contemplare entrambi i lati del campo di battaglia, per i personaggi di “Emerald City” sembra impossibile sfuggire dalla gabbia in cui si ritrovano imprigionati.

Una visione che risente, per stessa ammissione dell’autore, delle peripezie vissute da Vanderslice durante la lavorazione del disco, nel tentativo di far ottenere un visto per gli Stati Uniti alla propria ragazza francese. “Held up at Kennedy, sent back to De Gaulle”, sussurra in un morbido falsetto il songwriter californiano nell’epilogo autobiografico di “Central Booking”, che con la sua dolcezza pianistica potrebbe appartenere all’Elliott Smith più beatlesiano di “Figure 8”. “Looks like September has won once again”.
L’unica alternativa alla solitudine angosciosa di “Emerald City” sembra essere un disperato miraggio di fuga come quello tratteggiato in “Time To Go”, che si avvale delle immagini inquietanti di un video girato anche in questa occasione da
Brent Chesanek.

Il circolo vizioso della condizione umana può essere spezzato solo da un’impossibile irruzione del perdono, verso di sé e verso gli altri. È questa la consapevolezza che Vanderslice sembra suggerire al vertice del disco, quando in “White Dove” descrive la scena di un uomo che va a trovare la propria nuova vicina di casa, fermandosi da lei a bere un drink sulla veranda. Un’istantanea di quotidianità inconfondibilmente americana, che viene spezzata da una semplice domanda: “Hai figli?”. Con una smorfia di rabbia, ecco fluire allora il racconto del brutale rapimento e assassinio di una bambina di otto anni, che si contrappone drammaticamente al simbolo di pace evocato dal titolo. “It’s not about mercy, not about tears anymore / White dove, what are you thinking of?”.
Misericordia sembra davvero una parola sconosciuta al vocabolario umano. No, non c’è retorica in questo caso: è solo quel paradosso apparentemente inaccettabile che può vincere la spirale della vendetta.

(04/09/2007)

  • Tracklist
1. Kookaburra
2. Time To Go
3. The Parade
4. White Dove
5. Tablespoon Of Codeine
6. The Tower
7. The Minaret
8. Numbered Lithograph
9. Central Booking
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