Boduf Songs

How Shadows Chase The Balance

2008 (Kranky) | alt-folk, songwriter

Due anni dopo l'intensissimo "Lion Devours The Sun", riemerge dal suo antro creativo l'inglese Mat Sweet che, ormai giunto al terzo album sotto l'alias Boduf Songs, ha ormai consolidato il proprio profilo di cantautorato lo-fi, sofferto e isolazionista. Sweet sembra davvero un artista fuori dal tempo, immerso in una solitudine agognata quale indispensabile viatico alla scrittura, un artista quasi senza volto, come dimostra la sostanziale assenza di immagini che lo ritraggano e il fatto stesso di non utilizzare in alcun modo le possibilità di diffusione della sua musica offerte dalla rete (caso più unico che raro, non ha nemmeno un pagina Myspace). 

Laddove il mercato musicale – persino quello indipendente – riesce con difficoltà a fare a meno dell'apparire e di piccoli e grandi hype, viene invece da immaginare Mat Sweet in una solitaria dimora immersa nella più profonda countryside inglese, dalla quale esterna con discrezione al mondo la sua ispirazione per il solo tramite dei suoi brani. L'isolamento creativo, in "How Shadows Chase The Balance", è anzi accentuato poiché per la sua realizzazione, come sempre casalinga, Mat Sweet ha prediletto le ore notturne, con il dichiarato intento di ridurre al minimo i rumori di fondo delle registrazioni e con quello, consequenziale, di farsi circondare da un contesto ancor più intimo e raccolto, il cui silenzio riempire soltanto con compassate spirali acustiche e con il suo cantato tenebroso.

Tali presupposti generano, non a caso, un album dalle strutture, se possibile, ancora più scarnificate del solito, che vede Mat Sweet rielaborare gli elementi essenziali della sua musica, giustapponendoli per enfatizzarne i tratti più aspri, ora portati in primo piano, ora compressi per lasciare spazio ad un'indole melodica quasi del tutto inedita. Accanto alle abituali litanie al rallentatore, che introducono in una tetra temperie onirica, "How Shadows Chase The Balance" denota una graduale evoluzione verso una serie di approdi possibili. Le scarne componenti folk della musica di Boduf Songs si colorano, da un lato, di più lievi accenti acustici, che fanno capolino in vere e proprie canzoni dalla chitarra pulita e dalle melodie meglio delineate ("I Can't See A Thing In Here", "A Spirit Harness", "Last Glimmer On A Hill At Dusk"), dall'altro perdono i propri caratteri originari, assumendo una dimensione ritualistica in composizioni incrementali, che sfociano in mantra spettrali ("Don't forget to fall apart/ don't forget to come undone"), mai così prossimi a depressive sfumature gotiche.

Fin dall'inizio, il sibilo che si distacca dallo statico silenzio di "Mission Creep" è pura inquietudine solitaria, messa a nudo da un arpeggio di chitarra quanto mai chiarificatore; la voce claudicante pare un lamento protratto con stanca solennità.
Il frequente inserimento del banjo fra le melmose note di chitarra stride con un risultato finale quasi acidulo, addolcendo un contesto in apparenza immobile di fronte a qualsiasi tentativo di levigazione, come dimostra l'imperscrutabile "Things Not To Be Done In The Sabbath".
Parvenze ritmiche prendono corpo con la batteria altalenante di "Quiet When Group", vera e propria discesa negli inferi dall'incedere a tratti indolente ma mai dispersivo, capace di condurre su lidi dove la pioggia non cessa mai e il cielo è perennemente oscuro.

Spirali luciferine avvolgono, poi, "Pitful Shadow Engulfed In Darkness", che si presenta come un mantra folk meditativo e dalla struttura ridotta all'osso, scarnificata fino al limite dell'impalpabile, che pare ispirato da un tormento indescrivibile, evocato da recondite anime piangenti.
In coerenza con certe dilatazioni ambient-folk già riscontrabili nel repertorio passato di Sweet, gli opulenti sette minuti di "Found On The Bodies Of Fallen Whales" sono incentrati su una nota sinistra, costretta a duplicarsi con lentezza, cesellando un immaginario spaziale capace di fare a meno delle parole. Il finale, sorretto ancora da un tintinnante banjo, conclude l'opera strizzando l'occhio a una felicità lontana, ma tanto tangibile da diradare con un soffio di coraggio una nebbia troppo fitta per non essere vera.

Anche a fronte della generale, accresciuta sensibilità melodica, permane tuttavia sempre la costante di uno spirito dolente, esacerbato da una componente lo-fi adesso più pulita che in passato, ma sempre tale da aggiungere efficacia tagliente alla cupezza repressa che promana da questi brani. Ad essere in parte mutato non è allora tanto la sensazione di sofferenza autentica e solo parzialmente esternata, quanto invece l'espressione, adesso più piana e melodica, resa in qualche misura meglio fruibile attraverso una temperata destrutturazione sonora e una maturata capacità di scrittura.
I foschi orizzonti di Mat Sweet restano sempre alieni da ogni rassicurazione e, a modo loro, emotivamente urticanti, tuttavia in "How Shadows Chase The Balance" il suo autoindotto isolamento creativo sembra aver trovato insospettabili veicoli comunicativi, sotto forma di una tormentata vena melodica, che testimonia la compiuta transizione cantautorale dell'enigmatico artista inglese.

(01/10/2008)

  • Tracklist
  1. Mission Creep
  2. Things Not To Be Done On The Sabbath
  3. I Can't See A Thing In Here
  4. Quite When Group
  5. Pitiful Shadow Engulfed In Darkness
  6. A Spirit Harness
  7. Found On The Bodies Of Fallen Whales
  8. Last Glimmer On A Hill At Dusk
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