Castanets

City Of Refuge

2008 (Asthmatic Kitty) | avant-folk, songwriter

Se proviamo a sintonizzarci con i sensi all’incedere dell’autunno, possiamo coglierne dei momenti cruciali, che segnano il passo verso un volgere all’inverno talvolta lieve, talaltra improvviso e violento. È la natura a decidere, sempre e comunque. All’uomo non resta che guardare, ascoltare, sentire odori e sapori, toccare. Rifugiarsi. Non importa poi dove, può andar bene anche la stanza di un motel disperso nel Nevada, ciò che conta è una certa predisposizione interiore a seguire il ciclo delle stagioni, lasciandosene suggestivamente impressionare.

Raymond Raposa, aka Castanets, evanescente menestrello girovago, a distanza di quattro anni dall’intenso esordio "Cathedral", fotografa questo bisogno di passeggera e auscultante fase in "City Of Refuge", uscito per la fedele Asthmatic Kitty, in compagnia di alcuni amici di sempre (Jana Hunter e Sufjan Stevens), e di nuovi ospiti come Dawn Smithson (Jessamine, Sunn O)))) e Scott Tuma (Souled American, Boxhead Ensemble).
Quindici tracce, generate in tre giorni, nell’estemporanea solitudine di una stanza del motel, ripercorrono il processo di interiorizzazione della realtà circostante, rielaborazione attiva e conseguente produzione.

Si parlava di autunno che, lentamente, cede il passo all’inverno, dell’alternanza di brezza a gelo, della luce del mattino al buio della notte, della nitidezza e, contemporaneamente, della nebbia che possono avvolgere uno stesso luogo. Il gioco degli opposti è il pendolo dell’album: dall’essenzialità acustica di "Celestial Shore" e "The Quiet", ai diversi punti di vista, espressi in un linguaggio quasi del tutto elettronico, nelle tre versioni di "High Plain".

L’avamposto scelto per fermarsi a pensare e creare può assumere, in un reciproco influenzarsi tra il proprio stato d’animo e ciò che accade all’esterno, le sembianze di una fragile nebulosa colta di soppiatto, nel suo impercettibile passaggio planetario ("Refuge 1"), oppure di una finestra dischiusa ai cristalli della brina, in un’alba che annuncia un mattino di luminoso gelo ("Refuge 2").
Nel mezzo, una manciata di tesori miracolosamente trovati nel bosco e custoditi in una pulsante cassaforte emozionale, che, in un arco temporale lungo più di qualche decennio, ci fa ripercorrere la storia di un songwriting scarno e nudo, nella sua essenza, iniziando dalla malinconia à-la Leonard Cohen, e finendo, in questo nuovo, esacerbato millennio, con il dialogo dimesso, proprio dei quasi coetanei Mi and L’Au ("Glory B"), il tutto impreziosito dal coro spettrale della fedele Jana Hunter.

Andando a scavare un po’ più in fondo, arriva anche l’ora delle fiabe, confezionate su misura per bambini ancora capaci di stupirsi ("I’ll Fly Away"). Fiabe che, a volte, possono fare i conti anche con le più ancestrali paure, animate da fiere dei boschi che, se in un primo momento ammutoliscono, smorzando qualsiasi tentativo di rispondervi ("The Destroyer"), possono poi smuovere l’inconscio, sino a liberarlo e lasciar fluire un pathos forzatamente tenuto a freno ("Savage").

Quel che resta è pacificazione. Dopo l’inverno, il ciclo della vita ritorna purificato, pronto ad assorbire, senza protezione alcuna, la Bellezza che ancora (r)esiste, malgrado tutto, forte di una capacità tutta umana di (inter)agire senza la volontà di potenza propria di un cattivo (stra)fare ("After The Fall"), capacità qui testimoniata dalla sapiente combinazione tra chitarra, elettronica e field recording che intesse con grazia l’intero album.
Una gemma che cresce, calda, nel ghiaccio.

(11/11/2008)

  • Tracklist
  1. Celestial Shore
  2. High Plain 1
  3. The Destroyer
  4. Prettiest Chain
  5. Refuge 1
  6. The Quiet
  7. Glory Bq
  8. High Plain 3
  9. I'll Fly Away
  10. The Hum
  11. Savage
  12. Shadow Valley
  13. High Plain 2
  14. Refuge 2
  15. After The Fall
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