Gallon Drunk

The Rotten Mile

2007 (Fred) | garage-rock

Dopo cinque anni, ecco il ritorno sulle scene dei Gallon Drunk.
E’ inevitabile domandarsi se il tempo passato li abbia resi obsoleti, visto che tanta acqua è passata sotto i ponti da quando (era la prima metà degli anni 90) la band londinese prese a frustate il panorama musicale inglese.
Ebbene, oggi come allora James Johnston (unico superstite della prima line-up) e soci sono in grado di produrre musica densa e micidiale, senza paura di far continuare ad ardere le proprie chitarre.
In questi cinque anni i componenti del quartetto non sono stati con le mani in mano, in particolare Johnston ha dato vita al progetto parallelo denominato Bender (un album all’attivo) ed è entrato in pianta stabile nei Bad Seeds dell’amico Nick Cave, mentre Terry Edwards (sassofono, tromba, pianoforte e tastiere) continua a impegnarsi in un intricatissimo labirinto di collaborazioni e ad essere parte di almeno altre due formazioni: gli Scapegoats e i Butterfield 8. Gli altri due quarti dei Gallon Drunk sono Ian White (batteria) e il nuovo entrato Simon Wring (basso).
Inquadrare questi signorotti inglesi in un genere musicale è quanto di più difficile possiate immaginare; per rendere un’idea approssimativa, provate a immaginare uno strano miscuglio di Jon Spencer e Mudhoney, a metà strada fra irreparabile dannazione ed etilismo all’ultimo stadio.

L’incipit dell’album è programmatico di quanto ci aspetta in quest’avventura, la title track fissa perfettamente le coordinate entro le quali l’intero album si muoverà. Il trip oscillerà fra storie metropolitane dall’approccio assolutamente garage (“Give Me Back What’s Mine”) e riferimenti storici costruiti su intrecci tarantiniani (“Down At The Harbour”), fra blues alcolici e disperati (“Put The Bolt In The Door”) e botte di vita ipervitaminiche (il singolo “Grand Union Canal”).
Non mancano belle divagazioni da jam session in cantina (“On Ward 10”) e un po’ si sano hard-rock che strizza l’occhiolino a certe pose tipicamente seventies (“Bad Servant”), viaggi psichedelici a metà strada fra Cave e Morrison (“Night Panic Bossa”, dove la bossa nova è solo una scusa per picchiare duro) e riff energici e abrasivi (lo strumentale “Christmas”).

Ovunque gli ottoni di Terry Edwards si inerpicano sulle impervie vie tracciate dalla chitarra di Johnston, ben sostenute da una ritmica eccelsa.
Incendiari e micidiali fino in fondo, quando “All Hands Lost At Sea” lascia spazio al brano conclusivo, “The Shadow Of Your Smile”, una cover del cantautore americano Johnny Mercer, eseguita con toni notturni e jazzati, dai quale emerge in maniera definitiva la poliedricità della band, a proprio agio con i generi più disparati.

Feroci e mutanti, aggressivi e caleidoscopici, un ibrido di stile e testosterone, rischiano di far impallidire il genio e la sregolatezza dei migliori White Stripes.
Alla luce delle più recenti prestazioni di Nick Cave, c’è da pensare che il buon James Johnston si sia ben guardato dallo svelare all’amico tutti i segreti per scendere all’inferno.

(20/02/2008)

  • Tracklist
  1. The Rotten Mile
  2. Give Me Back What's Mine
  3. Down At The Harbour
  4. Put The Bolt In The Door
  5. Grand Union Canal
  6. On Ward 10
  7. Running Out Of Time
  8. Bad Servant
  9. Night Panic Bossa
  10. Christmas
  11. All Hands Lost At Sea
  12. The Shadow Of Your Smile
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