Giant Sand

proVisions

2008 (Yep Roc) | alt-country

Da un po' di tempo Howe Gelb non fa che ripeterlo: "Giant Sand è uno stato d'animo". Una malinconia imperante e sottocosciente, una malattia discreta e priva di sintomi, tristezza endemica che è un anticorpo contro la depressione. Sarà per questo che dopo vent'anni e passa di pellegrinaggi nella terra desolata del south-west, split e cambi di formazione, spin off che vantano più ammiratori del progetto originale, dischi a proprio nome, dischi con gli amici, dischi semi-improvvisati, l'eclettico leader ha ancora abbastanza "provviste" per sopravvivere in attesa che s'avverino le "previsioni" sul doom's day, per togliersi lo sfizio di sapere come va a finire.

"proVisions" è il secondo disco in studio (dopo "It's All Over The Map" del 2004) per questa variante della band nata in Danimarca nel 2002 con Peter Dombernowsky alla chitarra, Anders Pederson al basso, Thogers Lund alla batteria e l'occasionale presenza ai cori della cantante Henriette Sennenvaldt. Un'opera singolarmente tetra, fluente e monocromatica per un autore che è stato spesso tacciato di iperattività compositiva, autoindulgenza ed eccesso di divagazioni e che qui, invece, sembra voler cristallizzare il suo stile nella teca di una (personalissima) classicità.
Lontani, insomma, i tempi dei dischi buttati giù in pochi giorni, coi musicisti riuniti all'ultimo momento in un luogo solitario per tirare le fila delle reciproche sollecitazioni strumentali, ora le movenze del "gigante di sabbia" sono più controllate e meno a soggetto, costruite su arrangiamenti sobri, pacati, ombrosi che si concedono rarissime deviazioni dal tracciato tradizionale (southern, country, soul).

Dignitosissimi standard alt-country quali "Stranded Pearl", un duetto fra una donna e un soldato con un occhio di vetro, rockabilly ferroviario modulato alla Leonard Cohen in cui fa capolino la vocetta diafana di Isobel Campbell, "Without A Word", western swing in levare spaesato nell'eco dei twang psichedelici e del controcanto effettato di Neko Case, "Can Do", allegro/andante di scuola Cash, e "Out There", indefinibile mistura fra una highway song a fari spenti e una lullaby reediana, cedono lentamente il passo a lied di una solennità ispirata e senescente come "The Desperate Kingdom Of Love" (scritta da PJ Harvey in odore di Nick Cave), "Increment Of Love" (Waits) e "Spiral" (pianistica, notturna, ruminante col roco mormorio di Gelb che s'infonde come un pensiero fisso in una notte insonne).
Col torpido talkin' cow-blues di "Pitch And Sway" (ritmica spettrale ed ectomorfa, florilegio di twang e pedal steel) il disco transita senza particolari scossoni fino ai suoi episodi più free e tellurici come la jazzata e percussiva "Muck Machine" (che non avrebbe sfigurato nell'ultimo vero capolavoro della band "Chore Of Enchantment"), "Belly Full Of Fire", shuffle ipnotico, screziato, spigoloso che s'interrompe, s'incarta, schiuma e si stempera in un'ascensione quasi soul, e "Saturated Beyond Repair", funky rancido e incespicante, intervallato da fiati vaporosi.

Simile al vento del deserto quando è sul punto di posarsi, Gelb sembra essersi stancato di modellare continuamente le dune sul volto della sua creatura. Certo è che dischi come questo sono un ottimo modo per fissarne i tratti nel ricordo dell'ascoltatore.

(18/09/2008)

  • Tracklist
  1. Stranded Pearl
  2. Without A Word
  3. Can Do
  4. Out There
  5. Desperate Kingdom Of Love
  6. Increment Of Love
  7. Spiral
  8. Pitch And Sway
  9. Muck Machine
  10. Belly Full Of Fire
  11. Saturated Beyond Repair
  12. World's End State Park
  13. Well Enough Alone
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