Grouper

Dragging A Dead Deer Up A Hill

2008 (Type) | lo-fi ambient-folk

Ennesima artista di stanza nella fervidissima Portland, Liz Harris aka Grouper è una delle più interessanti interpreti di quelle sperimentazioni al femminile che negli ultimi tempi stanno regalando molteplici esempi di fulgida classe, pur in campi piuttosto diversi (da Fursaxa alla concittadina Valet, giusto per fare due nomi).

Originariamente concentrata su contorte sonorità droniche, tra dark-ambient e post-industrial (basti pensare lei stessa descriveva il suo primo lavoro “Way Their Crept” come un’ode ai Throbbing Gristle scritta da Arvo Pärt), Liz sembra aver man mano subito il fascino gentile della melodia, elaborando una forma espressiva più diretta, fino a tentare di riempire le sue inquiete tessiture lo-fi di morbidezze eteree e di una maggiore linearità che, a fronte del medesimo substrato sperimentale, ne facilità senz’altro la fruizione, delineando armonie scheletriche, fluttuanti su fondali spettrali.
In tal senso, “Dragging A Dead Deer Up A Hill”, terzo album di Grouper e sua seconda opera ad essere pubblicata dalla benemerita Type Records, dopo il singolo in vinile “Tried” dell’anno scorso, sembra voler in parte ridefinire la fisionomia dell’artista americana, la cui voce timida e visionaria scorre spesso su echi e delay sfuggenti e mai rassicuranti, ma regala altresì sprazzi di vocalizzi angelici che puntellano arpeggi acustici di grazia imprevedibile. 

Le tonalità dei brani, lentamente ma costantemente cangianti, spaziano infatti dalla cupezza di scorie noise dilatate, affioranti nella parte finale di “Disengaged” e nell’astratta torsione psichedelica di “When We Fall”, a un compassato stillare acustico, ora sovrapposto a un canovaccio lo-fi quasi alla maniera dei Flying Saucer Attack di “Further” (“Heavy Water/I'd Rather Be Sleeping”), ora protagonista di un’onirica morbidezza, tale da far pensare addirittura a dei Cocteau Twins rallentati e tradotti in bassa fedeltà (“Stuck”).
Benché nel corso dell’album non manchino ancora gelide folate di dark-ambient e passaggi di claustrofobica sofferenza, l’impressione è che Liz Harris stia tentando di svincolarsi almeno in parte dai suoi retaggi più ostici, traducendoli in una forma “para-cantautorale” le cui aderenze possono riscontrarsi in Tara Jane O’Neil e, soprattutto, Jessica Bailiff.
Non sempre, tuttavia, l’intento viene coronato da successo e anzi in un paio di episodi mostra un po’ la corda a causa dell’insistenza su registri ancora spigolosi, di indubbio fascino ma alla fine abbastanza sterili.

Decisamente meglio riusciti risultano, invece, i brani più equilibrati (“Invisible” e “A Cover Over”, oltre alla già citata “Heavy Water/I'd Rather Be Sleeping”), in cui la maggiore definizione melodica va di pari passo con l’avvolgente elaborazione di fluide trame chitarristiche, dilatate fino a mantenere i consueti tratti spettrali, peraltro enfatizzati dalla scarsezza e dall’habitus lo-fi delle composizioni.
Proprio questi brani possono essere considerati il punto di partenza per una rinnovata definizione stilistica di Liz Harris, che dimostra valide potenzialità per recitare un ruolo di tutto rispetto nell’indefinita vastità del terreno che separa gli eterei accenni cantautorali dalla perdurante attrattiva di una sperimentazione afasica e ripiegata su se stessa. Poiché le difficoltà di contemperamento tra i due ambiti non sono per nulla trascurabili, se anche Jessica Bailiff resta ancora lontana, il percorso di Liz Harris, delineato da “Dragging A Dead Deer Up A Hill” la candida, quanto meno, a sua degna erede.

(20/07/2008)

  • Tracklist
  1. Disengaged
  2. Heavy Water/I'd Rather Be Sleeping
  3. Stuck
  4. When We Fall
  5. Traveling Through A Sea
  6. Fishing Bird (Empty Gutted In The Evening Breeze)
  7. Invisible
  8. I'm Dragging A Dead Deer Up A Hill
  9. A Cover Over
  10. Wind And Snow
  11. Tidal Wave
  12. We've All Gone To Sleep
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