Jakob Dylan

Seeing Things

2008 (Columbia) | songwriter, folk

Ci sono voluti oltre quindici anni, a Jakob Dylan, per osare mettere quel nome sulla copertina di un disco. Dopo cinque album alla guida degli Wallflowers, ormai per l’ultimogenito di Bob Dylan e Sara Lownds era giunto il momento di intraprendere una nuova strada: dai fasti di “Bringing Down The Horse” al declino commerciale dei dischi successivi (pur riscattato dalla buona qualità dell’ultimo “Rebel, Sweetheart”), l’alt-country della band del giovane Dylan aveva ormai mostrato la corda. Così, Jakob ha scelto di ripartire dalla sfida più difficile: quella di mettersi alla prova senza più timore per un nome troppo ingombrante, portando con sé soltanto un pugno di canzoni folk nude ed essenziali.

Grazie allo zampino di un mentore del calibro di Rick Rubin, già deus ex machina delle “American Recordings” di Johnny Cash, l’esordio solista di Jakob Dylan introduce in uno spazio intimo e confidenziale, in cui ogni arpeggio suona nitido e concreto come una confessione. Il fremito asciutto della voce del songwriter americano si fa strada attraverso il dialogo costante delle chitarre acustiche e qualche rara increspatura di batteria: “volevo scrivere canzoni capaci di suonare come se esistessero da sempre”, spiega, “come se fossero state scolpite nella pietra”.
Il modello è senza troppi misteri quello dello Springsteen acustico, da qualche parte tra la tensione di “Nebraska” e la sobrietà di “The Ghost Of Tom Joad” e “Devils & Dust”. Jakob Dylan ne segue le orme con umiltà, lasciando da parte il lato più appariscente del suo passato pop-rock per attingere alla sorgente della tradizione. Il risultato è una genuina prova di cantautorato roots, che tuttavia riesce a spingersi solo in qualche episodio oltre i confini dell’omaggio ai canoni del genere.

Jakob Dylan punta a scrivere il suo classico con “Something Good This Way Comes”, in cui la carezza delle spazzole e l’incedere lieve del basso accompagnano un arpeggio soffuso, riappropriandosi della sensibilità melodica degli Wallflowers. Le cupezze folk di “Evil Is Alive And Well” e “I Told You I Couldn’t Stop” si insinuano con un’inquietudine sottile, mentre “All Day And All Night” insegue la suggestione del blues paterno, quasi si trattasse di uno dei traditional di “Good As I Been To You” o “World Gone Wrong”.
Sono piuttosto le smussature romantiche di brani come “Everybody Pays As They Go” o “Will It Grow” a rimanere troppo piatte, finendo per sfumare nell’uniformità di fondo del disco. Jakob Dylan dimostra il suo talento per le ballate più soffici in “Valley Of The Low Sun” e “On Up The Mountain”, ma il meglio lo riserva per la conclusiva “This End Of The Telescope”, che potrebbe appartenere al Costello di “King Of America”.

Fin dal titolo, il protagonista di “Seeing Things” è lo sguardo: Jakob Dylan osserva le cose intorno a sé e racconta quello che incontrano i suoi occhi, a cominciare dall’ombra del male che sembra albergare in ogni piega della realtà. “May be in a palace, it may be in the streets/ May be here among us on a crowded beach/ May be asleep in a roadside motel / But evil is alive and well”.
L’aridità dei tempi sembra soffocare ogni speranza, dal vento di guerra di “Valley Of The Low Sun” alla lettera dal fronte di “War Is Kind”. Sono le verità più semplici, allora, quelle a cui vale ancora la pena di aggrapparsi: la fatica spesa per costruire qualcosa con il proprio lavoro, come in “All Day And All Night”, la grandezza delle piccole scoperte di ogni giorno che punteggiano “Something Good This Way Comes”. Una finestra aperta sulla campagna, l’ombra del sole dell’estate, una donna al proprio fianco: qualcosa di buono ne verrà, come l’alba di un nuovo mattino.

(15/07/2008)

  • Tracklist
1. Evil Is Alive And Well
2.
Valley Of The Low Sun
3. All Day And All Night
4. Everybody Pays As They Go
5. Will It Grow
6. I Told You I Couldn’t Stop
7. War Is Kind
8. Something Good This Way Comes
9. On Up The Mountain
10. This End Of The Telescope
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