Simon Joyner

Cowardly Traveller Pays His Toll (1994)

2008 (Team Love) | songwriter, folk, lo-fi

Riabbracciare Simon Joyner  fa sempre piacere. Come uno di quei compagni un po’ schivi e laconici, che non si prendono mai la briga di chiamarti e lasciano dietro di sé solo qualche vago recapito, ma che, se davvero hai bisogno di loro, ti raggiungono sino in capo al mondo pur di darti una mano. Per questo la ristampa di “Cowardly Traveller Pays His Toll” ad opera della sua nuova etichetta, la Team Love, ci arriva, un po’ in ritardo, come una gradita novella di mezza estate.
Opera datata 1994, scabra e consunta come una lisca di pesce, stilisticamente allo zenit del suo periodo giovanile, che lo conferma uno dei più influenti padrini di quel cantautorato bassofidelico (coi più noti Smog e Will Oldham) così gravido di ascendenti su vere e proprie icone dell’attuale scena alternativa quali Iron & Wine o Bright Eyes.

Album fondamentale nell’introversa carriera del songwriter di Omaha, quello che più di tutti ha contribuito a sedimentare il suo culto endemico, la sua inattaccabile reputazione per pochi intimi. Fama in parte dovuta anche al cosiddetto “Peel incident”, quando, in pratica, il celebre dj inglese lo trasmise ininterrottamente dalla prima all’ultima canzone, cosa che gli era successa solo un’altra volta in trent’anni di carriera: nel 1977, con “Desire” di Bob Dylan.
In “Cowardly Traveller Pays His Toll” Joyner sublima il suo temperamento autistico nel ronzio perenne e intrusivo della registrazione casalinga, nell’interpretazione affranta sul filo della stonatura, anche se, novità assoluta rispetto ai primordi, introduce, quasi in punta di piedi, una chitarra elettrica, un piano e la batteria, nella strumentazione di alcuni pezzi. Lontani anni luce, comunque, dal folk da camera e dalle orchestrazioni classicheggianti del suo periodo con la Truckstop (’99-’03).

In “Address” un uomo intrattiene al telefono un aspirante suicida mentre si dondola sul picking delle corde allentate e la voce ingaggia col violoncello antifonie piangenti e lamentose; “I Went To Our Lady Of Perpetual Healing” attacca un punk solipsistico alla Billy Bragg prima maniera sulle note di una chitarra elettrica percossa e stiracchiata; “Montgomery” è una filastrocca del mid-west recitata su un arpeggio tex-mex che ibrida le “Songs” di Cohen e l’attitudine younghiana di “Tonight’s The Night”; “Target” illustra la sua lucida cognizione del dolore di fronte a un piano da saloon rammendato col filo acustico della chitarra, vagabondando fino agli ascessi fuzz del finale. “Josephine” è il ritratto di una “santa meretrice” che sembra schizzato alla bell’e meglio dopo una breve visita alla galleria “Leonard Cohen”; “Fallen”, un ginepraio di fuzz e feedback con la voce sommersa in qualche angolo remoto di una stanza dall’acustica pessima; “Javelin’” un’ highway song insieme tragica e umoristica, suonata alla sua maniera: in brache di tela; e “Cole Porter”,  col violino acuto e raschiante che avvolge il picking sinistro, uno dei suoi capolavori: la commozione noir di un uomo che veglia, a lume di televisore, il cadavere della propria amante.

Simon Joyner: un amico ritrovato e meravigliosamente invecchiato.

(29/07/2008)

  • Tracklist
  1. 747
  2. Address
  3. I Went To Our Lady Of Perpetual Healing
  4. Montgomery
  5. Target
  6. August (Die She Must)
  7. Josephine
  8. Fallen
  9. Javelin'
  10. Appendix
  11. Cole Porter
  12. Joy Division
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