E' un disco dalla doppia lettura questo "Basta!" dei napoletani Lega Leggera. E' popolare, generazionale, melodico, anthemico: eppure capace di fare del fragore la sua irrunciabile cifra stilistica. Rock, nient'altro che rock. Trangugiato, sminuzzato e rielaborato filtrando dai Settanta ai Novanta, dall'hard-rock, al punk, al grunge, finanche al post-rock. Internazionale, inglese, americano, italiano. Dotato di un gusto melodico d'immediato impatto, curato nelle righe, concentrato per tirar fuori canzoni e di lì sensazioni fruibili ai più.
Non punta al trascendente bensì all'essenziale, senza per questo cadere in banalità. Si prenda la title track: chitarre che sferragliano da destra a manca, levate di batteria e passanti di organetto si intrecciano su di un inciso aperto, mentre la voce recita parole e musica. Il gusto di sembrare semplici senza esserlo poi tanto. Gli infiniti intrecci di "Si è svegliato" mostrano il lato più tagliente e aggressivo, con tanto di sezione ritmica sostenuta. La rinuncia al suono non avviene neanche quando si indovina l'arpeggio giusto: la penetrante ballata "Sabbie mobili" - il brano migliore - scivola tutt'altro che limpida, affogando le sue venature country in rivoli di attacchi rabbiosi.
Le chitarre elettriche sono le vere protagoniste del disco, andando a riempire quasi ogni spazio dell'arrangiamento. E' una simbiosi fra messaggio, mezzo e messaggero: l'obiettivo dell'album è fotografare la propria generazione, fra slanci di passione, momenti di bassa e una serie infinita di loser. Il giovane lesto, protagonista "dei dolori" (un ottimo anthem in crescendo) e de "La ballata" (un dolente duetto con Pasquale Sorrentino dei Pennelli di Vermeer), fra sogni rinnegati e Spigolatrici di Sapri, è senza dubbio uno dei personaggi principali ma certo non il solo. C'è lo spazio per "Ernesto il qualunquista", ancora un duetto - stavolta con la splendida Aurora Pelosi - e non a caso il ringhio più possente ("il qualunquismo di Ernesto non è strumentale, non è surreale: grida, protesta, si affanna, la mente si appanna"). O ancora per il delizioso pop-rock di "Banale", arietta lieve che nasconde uno dei passaggi più disincantati in assoluto ("banale è poco, bisogna andare a fondo, il fondo è poco, scavando forse allora ti accorgerai che questo è il nulla più assoluto, un fragile lamento, un timido starnuto").
Da buono specchio credibile, "Basta!" non si riveste di tinta unica e lascia così spazio a cambi d'umore: critico ma partecipe, si divide fra slanci impetuosi e toni pensosi, finendo talvolta anche in bubblegum irriverenti (il minore "Portatori sani") e in un solare punk-pop atipico come "Vai! Vai!" che scalcia senatori a passo di danza e rilancia Claudio Lippi eroe moderno ("sta finendo, lo avverto, Claudio Lippi ha rifiutato una tv di merda").
Alla fine c'è anche il tempo di palesare omaggi ai maestri: che siano i Csi (l'odissea "Quel fiume", tanto ben calibrata quanto troppo calligrafica), o i Battiato e i De André (la toccante sonata per piano "Più fragile dell'amico fragile").
L'ombra di Ferretti che ballonzola qui e lì non offusca una band che cerca e trova una via espressiva personale: chitarre e chitarre su melodie e melodie, una sapiente scrittura, la giusta dose di ispirazione, una buona metà di brani onestamente significativa comportano una meritata lente di ingrandimento.
L'ultima nota va alla lucidità dei testi, che forse è racchiusa tutta in una frase (da "Sabbie mobili": "Guarderai la foto appesa al muro, e senza dire una parola inventerai la scusa giusta per dormire anche stanotte, la scusa giusta per giustificarti ancora").
(15/11/2008)


