Musee Mecanique

Hold This Ghost

2008 (Frog Stand) | alt-folk pop

I paragoni con Neutral Milk Hotel e Beirut, spesi da certa stampa per inquadrare codesto “Hold This Ghost”, mi avevano tiepidamente incuriosito. Incuriosito e insospettito, considerata la mole di soggetti sorpresi ad abbeverarsi alle medesime fonti e parimenti incapaci di “cavare un ragno dal buco” (tradotto: scrivere una canzone decente/ sapere cos’è un arrangiamento/ avere un minimo di familiarità con lo studio di registrazione o almeno l’accortezza di farsi produrre da qualcuno che ne sia provvisto). Stavolta, a malincuore, sono esentato dal tessere lodi auree, ma nemmeno costretto a fare pubblica ammenda per esser stato gabbato, dato il livello di piacevolezza della proposta. Il “curiosity killed the cat” me lo riservo per le cantonate vere, insomma.

Orbene, quello dei Musée Mécanique (nome preso a prestito dall’omonimo museo di San Francisco, ma loro sono originari di Portland, Oregon) è un folk-pop crepuscolare, tondeggiante di malinconia, le cui soffici planimetrie indie sono infeltrite da una strumentazione a dir poco peculiare: mellotron, organetto, glockenspiel, fisarmonica, theremin, e un completo assortimento di tastiere-cianfrusaglia comprate in svendita dal rigattiere di fiducia. Impossibile non pensare, almeno di sfuggita, allo psych-pop di casa Elephant 6, specie imbattendosi in parate di fantocci vintage quali “Propellers” o l’iniziale “Like Home”. Episodi dove, più del sacro fuoco di Jeff Mangum, è la mestizia surreal-poppeggiante degli Olivia Tremor Control a dettar legge e “imbarocchire” garbatamente il tratto.

A differenziare i Musée dalla compagine di Athens, semmai, è il tocco pulito e preciso delle esecuzioni, l’assoluta mancanza di pretese experimental, l’imbarazzata compostezza del canto. Anche la scrittura di Micah Rabwin e Sean Ogilvie (i due cervelli del quintetto, nonché produttori) è decisamente trasversale, capace di evocare in più occasioni il fantasma di Elliott Smith (il placido arpeggio di “The Things That I Know”), come di arrendersi alle serenate di Sufjan Stevens (“Two Friends Like Us”) o farsi indigesta frittatona melodrammatica (“Under Glass”, che sembra sbucata dal rosario di un Merz dei poveri). “Fits And Starts”, con il suo incidere un po’ country e la steel guitar d’ordinanza, è l’unico momento in cui si avvertono sentori di americana, per il resto accuratamente sacrificati a vantaggio di un melodiare pop sempre piacevole ma non travolgente.
La palma (palmetta, via…) di brano migliore se la aggiudica comunque “Sleeping In Our Clothes”, shuffle orecchiabilissimo che non ci si stupirebbe di veder eseguita dal Paul Simon di “Me And Julio Down By The Schoolyard” (altro fantasma – ideale – chiamato a raccolta).

La fanfara celeste “Our Changing Skin” chiude questo “Hold This Ghost” con classe, fra sorgenti folkie inafferrabili nella loro luminosità, seppur “piane” nel ricapitolare progenitori e mentori. Roba sentita già trilioni di volte, però fatta con gusto e soprattutto con cura per i particolari. Di certo meglio dell’ennesima orchestrina sgangherata, tutta cori, che i cugini canadesi hanno elevato a paradigma di regolarità indie. E di sicuro capace di dar del filo da torcere ai My Latest Novel in qualsiasi giorno della settimana.

(20/04/2009)

  • Tracklist
  1. Like Home
  2. Two Friends Like Us
  3. The Propellors
  4. The Things That I Know
  5. Fits And Starts
  6. Somehow Bound
  7. Under Glass
  8. Sleeping In Our Clothes
  9. Nothing Glorious
  10. Our Changing Skin
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