Conor Oberst And The Mystic Valley Band

Conor Oberst

2008 (Merge) | songwriter

Un po’ meno di un anno fa usciva “Cassadaga”, ultimo parto del suo progetto più famoso; un disco leggermente superfluo, a dire il vero, dato che non aggiungeva molto all’avventura musicale dell’ex-enfant prodige americano. Lo definisco così perché i primi episodi su disco di Conor Oberst risalgono a quindici anni fa anni fa, quando lui ne aveva tredici: “Water”, effettivo disco d’esordio, all’insegna di un songwriting lo-fi adolescenziale mezzo sussurrato e mezzo urlato, era una promessa di un futuro tra i grandi cantautori americani.
Con alle spalle la Mystic Valley Band, Conor si sposta in Messico per un mese, trasformando una villa sulle montagne di Tepoztlàn in studio di registrazione: ne viene fuori quest’album omonimo; magari non troppo originale ma intelligente, ben composto e ben curato.

Sembra che per Conor il monicker Bright Eyes fosse una croce da portare con sofferenza. Almeno così appare, perché qua il giovane cantautore tira un enorme sospiro di sollievo e sforna qualcosa di molto interessante. Sembra anche che il non più ragazzino del folk sia riuscito a superare quel blocco, quel girare in circolo che aveva caratterizzato le ultime produzioni dei Bright Eyes; penso soprattutto a “Digital Ash In A Digital Urn” e al già citato “Cassadaga”.
“Cape Canaveral” è la solita ballata voce-chitarra ascoltata fino alla morte, ma gli arrangiamenti e soprattutto l’atmosfera lo rendono un bell’espediente per passare il tempo. Altrettanto buona è la chiusura con “Milk Thistle”: nonostante la melodia sia riciclata in maniera quasi imbarazzante, quel basso e soprattutto la voce di Conor riescono a comunicare un senso di appagamento, di caldo avvolgimento che non si incontra molto spesso.

Come si diceva, un disco non originale né fresco; ma in fondo non è quello che ci si aspetta dal genere, e nel suo genere questo lavoro non può essere considerato negativamente. Ciò che più salta all’orecchio dopo alcuni ascolti è che il ritorno di Conor serva più all’artista stesso che agli ascoltatori. Quando si riescono a cogliere certe particolari atmosfere, certe sfumature nella sua voce, si capisce come l’esperienza con la Mystic Valley Band sia riuscita a rigenerarlo e a farlo tornare sereno; e questi sono i primi presupposti per poter registrare un buon disco.

In certe occasioni è il fantasma del suo passato a investire Conor, altre volte quello di grandi che l’America l’hanno davvero coperta di canzoni con la C maiuscola. Forse l’ultimo disco di Oberst a questi livelli è stato “I’m Wide Awake It’s Morning”: il feeling di menestrello del nuovo millennio, tanto marcato quanto azzeccato nel disco del 2005, non risulta fastidioso come nell’ultimo lavoro. Certo, qui la musica è tutt’altra cosa: maggiore spazio al lato elettrico e, cosa che colpisce maggiormente, un occhio di riguardo alla band, che conferisce, soprattutto in fase di arrangiamento, una maggiore coralità.
Insomma, non sembra essere un disco solista di Conor Oberst ma appare davvero come una collaborazione con il gruppo. Un po’ come la Band delle “Basement Tapes” di Dylan, parto di un ritiro molto simile a quello vissuto da Conor; e proprio a Dylan ammicca il giovane cantautore, soprattutto in pezzi marcatamente ispirati al vecchio menestrello come “Moab” e, soprattutto, “Get-Well-Cards”.

Bisogna ammetterlo: il ragazzo sa scrivere belle canzoni; forse non cambierà mai la storia della musica e non sarà mai avant- o post-, ma il suo talento non si è spento.
“Conor Oberst” è un disco per affezionati, ma mostra anche una crescita complessiva del suo autore, che si riflette sia sul lato tecnico (gli arrangiamenti curati, i particolari sempre più affilati), sia su quello meramente emozionale.

(09/09/2008)

  • Tracklist
  1. Cape Canaveral
  2. Sausalito
  3. Get-Well-Cards
  4. Lenders In The Temlpe
  5. Danny Callahan
  6. I Don't Want To Die (In A Hospital)
  7. Eagle On A Pole
  8. NYC-Gone, Gone
  9. Moab
  10. Valle Mistico (Ruben's Song)
  11. Souled Out!!!
  12. Milk Thistle
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