Cosa vi ricordano titoli come “Caroline”, “She’s My Summer Dream”, “School Is Over”? Se non fosse che siamo nel 2008, e che gli autori di questi brani sono cinque torinesi, forse pensereste che siamo tornati indietro nel tempo… in quella mitica California dei primi anni 60, quando i surfisti cavalcavano l’onda più alta e i Beach Boys scrivevano la colonna sonora di ogni teenager. Quattro decadi dopo, negli stessi anni che hanno visto il clamoroso ritorno sulle scene di Brian Wilson, i Sunny Boys hanno cominciato a farsi apprezzare come una delle migliori Beach Boys' cover band in circolazione. Spinti da un’attenzione sempre crescente per questo tipo di sonorità, nei mesi scorsi Gianluca Leone e compagni si sono chiusi in studio per realizzare il loro primo disco di brani originali, un album il cui debito nei confronti dei Beach Boys è dichiaratissimo e il cui booklet è arricchito da una nota di Andrew G. Doe, giornalista americano esperto di vicende wilsoniane.
A questo punto, la domanda sorge spontanea: è possibile realizzare un buon album di inediti che sia tale ma, al tempo stesso, fedelmente ispirato a una tra le più grandi formazioni di tutti i tempi? Ammettiamo che l’impresa non era tra le più facili, perché il confronto con gli originali, in questi casi, è spesso impietoso. Eppure, sin dal primo ascolto, “Beach Sounds” rivela di non essere la semplice “copia” più o meno riuscita di un “originale”, ma qualcosa in più. Tanto per cominciare, il rapporto con il modello ispiratore è così sincero da potersi permettere di citare ampiamente (sin dalla copertina, che ricorda “All Summer Long”, e il titolo, che ovviamente richiama alla memoria “Pet Sounds“), ma senza correre il rischio di emulare. Non si tratta infatti di un citazionismo esteriore: esso è parte integrante di un immaginario che viene rievocato sia dal punto di vista stilistico, sia da quello dei contenuti (del resto, come separare le due cose?). Tra una canzone e l’altra, lo spirito della musica dei Beach Boys è rivissuto attraverso piccoli frammenti di testi, in cui tornano anche i nomi di alcuni protagonisti femminili: Barbara e, ovviamente, Caroline.
Se dovessimo collocare “Beach Sounds” nel passato di un “mondo possibile”, il suo luogo ideale sarebbe negli anni 1964-65, ovvero nel periodo appena successivo alle prime canzoni dei Beach Boys, ma precedente la svolta di “Pet Sounds”. E’ il periodo di passaggio che trova la sua massima espressione, oltre che nel già citato "All Summer Long", nell’atmosfera estatica dello straordinario “The Beach Boys Today”. Come in quell’album, anche in questo c’è un giusto equilibrio tra i brani spensierati, per così dire estivi, e quelli in cui emerge un più spiccato lirismo e si respira in anticipo il mood agrodolce di “Pet Sounds”.
Ovviamente, non ci si può aspettare che “Beach Sounds” abbia una coerenza stilistica paragonabile a quella di un disco degli anni 60: non sarebbe stato possibile, a meno di poter tornare davvero indietro nel tempo, oltre che di riprodurre la personalità di uno dei più grandi geni musicali del nostro tempo, Brian Wilson. Non tutto quello che è presente nell’album è quindi riconducibile allo stile dei Beach Boys pre-’66: trova spazio anche “Mahalo”, un brano frizzante che strizza l’occhio agli anni 80, e che sembra ricordare “Kokomo“; inoltre, sono presenti anche echi beatlesiani (in “Helen”) e kinksiani (in “It Wasn’t So good”). Il tutto, però sempre riletto alla luce di quegli elementi stilistici che hanno dato vita al “wall of sound” wilsoniano. Gli elementi infatti ci sono tutti: contrappunti vocali, falsetti, e una produzione davvero accurata (curata dallo stesso Gianluca Leone).
Senza aver la pretesa di proporre qualcosa di nuovo a livello musicale, il valore di “Beach Sounds” sta nell’essere da un lato un tributo appassionato, dall’altro un esperimento coraggioso. Per quanto riguarda la prima cosa, questo album è un buon modo per far conoscere ai nuovi teenager la musica del gruppo che contribuì a inventare il concetto stesso di teenager. Ma la novità sta nell’esperimento: riportare in vita un genere musicale lontano per tempo e per luogo. Un’operazione che, più che revivalistica, si direbbe quasi filologica. Sì, perché alla base di “Beach Sounds” c’è da parte di Gianluca Leone e soci uno studio meticoloso dei procedimenti compositivi e dei metodi di produzione di Brian Wilson. Ma anche una conoscenza della sua vita, della sua personalità e di tutto ciò che ha contribuito a formarne il talento musicale.
E’ quando la forma si ricongiunge ai contenuti, in brani come “She’s My Summer Dream” e “Caroline”, che i Sunny Boys danno il loro meglio: scrivono canzoni che Brian Wilson avrebbe potuto comporre nei primi anni 60 e, lungi dall’essere un demerito, ciò è motivo di interesse e apprezzamento. Con queste canzoni, i Sunny Boys ci regalano piccoli nuovi episodi della saga californiana, non importa che siano “apocrifi”. Ma non siamo negli anni 60, e l’album non vuole far credere che lo siamo (il testo di “She’s My Summer Dream” parla di una ragazza conosciuta nel 1994). Il principale merito di questo album, oltre che in una buona dose di good vibrations, sta allora nel dimostrare l’universalismo dei temi che hanno dato vita all’immaginario wilsoniano, mostrando l’attualità di quella saga californiana che si rivela come una grande metafora della vita.
Il momento per "Beach Sounds" non poteva essere migliore, alle soglie dell’uscita del nuovo album di Brian Wilson, dedicato proprio a una riflessione sul sogno californiano. Ai Sunny Boys, l’augurio di continuare a farci sognare ancora un po'.
(29/08/2008)


