The Mae Shi

Hlllyh

2008 (Moshi Moshi /Coop) | alt-pop, new wave

Li avevamo lasciati in gran forma quattro anni fa con “Terrorbird”, strepitoso disco d’esordio che mescolava avant-pop deviato e deframmentazioni post-punk al fulmicotone, li ritroviamo oggi con qualche pezzo del puzzle in meno (Ezra Buchla e Corey Fogel, in sostanza le due menti della band), tanta voglia di reinventarsi e un nuovo appeal tutto da scoprire.
Quindi, dimenticatevi in fretta e furia ciò che aveva scosso la nicchia qualche anno fa, anche i due Ep successivi al mezzo capolavoro dell’esordio ("Heartbeeps" del 2005 e "Do Not ignore The Potential" del 2006 con i Rapider Than Horsepower), e preparatevi alla più voluminosa delle formule pop-wave odierne, tanto sbarazzina quanto zeppa di brufoli adolescenziali da abbuffata new nerd.

“Hlllyh” proietta i nuovi Mae Shi nella più prevedibile delle soluzioni wave, al punto tale da far rimpiangere già dopo un paio di pezzi i dimissionari Buchla e Fogel.
“Lamb And The Lion” è una marcetta insipida e irritante, provate a immaginare degli Shins in preda a un attacco di follia alcolica, tutti presi a imitare i primi Darkness (!) (il motivetto centrale è tutto questo).
La tastierina pre-apocalittica di “Pwnd” riporta alla luce gli Unicorns di “Who Will Cut Our Hair When We're Gone?", peccato che il sogno duri solo una ventina di secondi, visto che gli altri centoquaranta, dopo una sfuriata corale da analgesico immediato, non aggiungono nulla di memorabile.
Trattasi di vocalizzi indie-punk privi di sostanza associati a testi improponibili al giorno d’oggi, tanto dementi quanto inconcludenti.
L’obbrobio continua a manifestarsi con “Boys In the Attic”, mentre nella prima metà di “Party Politics” i quattro sembrano dei Jane’s Addiction senza l'accattivante fanciulla, nella seconda improvvisano un’inspiegabile tammurriata analogica.

A salvarsi parzialmente da questo scempio asettico di iniezioni indie-pop, sono (senza ombra di dubbio) “Leech And Locust”, crocevia ipnotico di tastierine new wave e cori dadaisti, il power pop liberatorio di “Run To Your Grave”, e la strumentale “Kingdom Come”, intenta a rimescolare il tema di “Pwnd”  mediante un’elettronica dapprima funkeggiante, in seguito orgogliosa emulazione dei terzi Daft Punk (andamento robotico possente), prima di spegnersi, tra alti e bassi, in una nuvoletta sintetica di escoriazioni al laptop.

Se adoperassimo una fredda media, sommando le singole valutazioni alle componenti del disco, il numerino qui sotto avrebbe sicuramente qualche cifra in meno. Eppure, chiudiamo un occhio, alla stregua del più simpatico dei professori, spinti dalla voglia di considerare l’episodio un tamponamento di percorso, ripescando così nella nostra memoria corta (e sulla calcolatrice) solo i momenti più belli. La speranza è di ritrovare al più presto la band losangelina nella formazione originaria.

(16/05/2008)

  • Tracklist

1. Lamb & Lion
2. PWND
3. Boys in the Attic
4. 7 X X 7
5. The Melody
6. Leech & Locust
7. Run to Your Grave
8. Kingdom Come
9. I Get (Almost) Everything I Want
10. Young Marks
11. Party Politics
12. Book of Numbers
13. HLLLYH
14. Divine Harvest

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