Unwed Sailor

Little Wars

2008 (Burnt Toast Vinyl) | post-rock

Giunti con “Little Wars” al quarto full length in studio, gli Unwed Sailor di Jonathan Ford confezionano un disco quanto mai calibrato e solido, forse il loro migliore di sempre.

Le coordinate entro cui si muove il sound della band statunitense rimangono pressoché invariate rispetto ai lavori precedenti: trattasi sempre di un post-rock strumentale sulla carta vicino ai modi di Explosions In the Sky ed Early Day Miners, pur evitando dei primi certe lungaggini e incastri melodici e dei secondi (con i quali, anni addietro, hanno pure condiviso il pregevole “Stateless”) l’atmosfera slow nonché certi stilemi di chiara derivazione folk. A dominare nella loro musica, e in particolare su “Little Wars”, è piuttosto un’attitudine tipicamente rock – complice la natura della formazione, di fatto un power-trio cui si aggiunge un tastierista – con brani che raramente superano i quattro minuti e in cui il momento sperimentale è quasi sempre subordinato a un’idea di forma-canzone tutto sommato classica. Esemplare in questo senso l’iniziale “Copper Islands”, aperta da un refrain pianistico su cui subito s’inserisce il basso “corposo” e distorto di Ford e che nell’arco di un paio di minuti esaurisce appieno il suo discorso: pare di sentire una versione più rock, quadrata e concisa degli indimenticati 90 Day Men. Discorso simile vale per “The Garden”, quasi un loro standard, con basso e chitarra a dialogare in un gioco di espliciti contrappunti e reciproci rimandi e per la successiva “Aurora”, dove un’altra volta a farla da padrone sono le cinque corde di Ford, stavolta in stretto dialogo con le poche note della tastiera, riverberate a mo' di synth.

Davvero siamo lontani anni luce tanto dalle elucubrazioni strumentali tipiche del contingente di gruppi louisvilliani (Slint e June of '44 su tutti), ai quali pure i Nostri dovrebbero ispirarsi, quanto dalle derive slow-sad-core dei vari Gregor Samsa e Tristeza, cui a onor del vero ogni tanto rimandano. Non difettano, infatti, i momenti più quieti e introversi: la title track, la delicata “Nauvoo”, sottratta a una dimensione eterea da un robusto drumming, “Lonely Bulls”, stavolta sì memore della lezione di Early Day Miners e L’Altra, la medio-lunga “Campanile”, quasi barocca, attraversata com’è lungo tutto il suo corso da un synth pregno di memorie eighties. Eppure a dominare è più spesso un piglio genuinamente rock, si ascolti “Echo Roads”, che procede canonica strizzando l’occhio al Neil Young elettrico di un disco come “Zuma” o ancora una volta “The Garden”, sapientemente capace di smussare spigolosità math e architetture prog in vista di un andamento vieppiù melodico. 

Insomma, pur rimanendo a tutti gli effetti un disco di genere, “Little Wars” risulta fresco e gradevolissimo, scevro di quell’ostentata prolissità e di quell’autocompiacimento fine a se stesso cui sovente si incappa in simili ascolti, rivelandosi semmai capace di aggiornarne i connotati in senso massimamente “pop”.

(30/10/2008)

  • Tracklist
  1. Copper Islands
  2. Little Wars
  3. The Garden
  4. Aurora
  5. Campanile
  6. Echo Roads
  7. Nauvoo
  8. Lonely Bulls
  9. Numeral
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