Hector Zazou & Swara

In The House Of Mirrors

2008 (Crammed) | world music

"Gli specchi dovrebbero riflettere un momento
prima di riflettere le immagini"
(J. Cocteau)


Modellando un ambiente immaginario interamente costruito di specchi, il compianto Hector Zazou - scomparso da poco - ancora una volta in questa sua opera postuma cucina con spezie rare un raro sincretismo tra culture musicali diverse.
In questo riuscitissimo esperimento, Hector si avvalse della collaborazione di musicisti indiani, declinando l’intensa spiritualità di quella tradizione musicale plurimillenaria e sottolineandone con elettronica colta la trascendente spiritualità, così colorata ma pur sempre rispettata: cosa assai rara, che riuscì poche volte anche a chi, come Al Gromer Khan, sulla tradizione, anzi, sulle tradizioni indiane, giocò il senso di una vita intera.

Oltre all’India e ai modi dei complessi raga sono qui presenti anche influenze mediorientali, precisamente dell’area dell’Uzbekistan, con oud e sato.
Sebbene l’impianto musicale sia decisamente indiano, il concetto della casa degli specchi è quantomai affascinante e qui compiuto con grazia e devozione culturale: suoni, idee che riflesse si amalgamano, divenendo contrari speculari per poi essere rifratte miriadi di volte sino a creare un nuovo concetto di Unità.
Per esempio il brano “Attainable Border: South” inizia con un alap da raga per poi trasmutarsi grazie alle dolci carezze dell’elettronica di Hector, che lega con il sapiente gusto delle seconda fila il tema esposto dall’oud e poi ancora magici swaramandala tipicamente nord-indiani, per poi lasciare intuire suggestioni mediorientali più marcate.
Pangea ideale, o, come citava Carmelo Bene, “Sud del Sud dei Santi”. Al sud di ogni sud possibile: un ritorno.

Diverse le spezie cucinate qui da cuochi d’eccezione i quali, oltre a Hector, affiancano i musicisti etnici: dal flauto magico di Carlos Nuñez alla tromba metafisica di Nils Petter Molvaer.
“Wanna Mako” si apre con un incipit più occidentale: un arpeggio sul quale si adagia prima la chitarra indiana slide, già esplorata da Ry Cooder nel suo viaggio in India, straordinario, di “Meeting By The River”, di 15 anni fa, e poi la tromba diafana di Molvaer, creando un pathos straordinario e sospeso.

Altrove echi frippiani, tenui e delicati; ancora LaMonte Young e Terry Riley, i minimalisti americani che restarono senza fiato al canto di radice sufi di Pandit Pran Nath, rimanendone per sempre segnati.
In “Twice As Good As We Are”, i sound treatments di Hector Zazou sono versati sul piano di Diego Amador e il flauto di Ronu Majumdar, con interventi virili all’oud di Tior Kuziyev. Forse uno dei brani più rappresentativi di questo melting pot speculare, ove il flauto percorre strade hindustane su un pianoforte decisamente caliente e un oud decisamente mediorientale.

Un disco indimenticabile, come il suo autore.

(06/01/2009)

  • Tracklist
  1. Zannat
  2. Kanoon Ampa
  3. Attainable Border: South
  4. Wanna Mako
  5. Sisyphe
  6. Nazar Shaam
  7. Hool Ki Seva
  8. Twice As Good As We Are
  9. Darbari
  10. Attainable Border: East
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