Air

Love 2

2009 (Emi) | electro-pop

E dopo aver girovagato a lungo per pianeti e galassie, l'astronave degli Air restò senza benzina. Più che a una nuova stazione di partenza, infatti, questo "Love 2" assomiglia a un capolinea per Jean-Benoît Dunckel e Nicolas Godin. Poche idee, stiracchiate in lungo e in largo, e un abuso di autoindulgenza che, anche al cospetto di una classe che forse non si esaurirà mai, rasenta a volte la sfacciataggine.
Peccato, perché il sottovalutato "Pocket Symphony", con la sua inedita vena cantautorale, aveva rappresentato invece un possibile punto di svolta per un sound che rischiava di farsi vieppiù prevedibile e stucchevole, arenandosi nelle sabbie nostalgiche del Safari lunare. Quelle sinfonie tascabili, tra giri di piano, nebulose di synth e scatti alla Stereolab (la splendida "Mer du Japon"), indicavano una possibile via d'uscita dal cul de sac di "Walkie Talkie", dal rischio di continuare a confezionare bomboniere pop tanto gradevoli quanto, in definitiva, scialbe. E invece...

Per "Love 2" gli Air hanno voluto fare tutto da soli. Niente ospiti di grido in cabina di regia e ai vocals: il disco è stato autoprodotto dal duo francese e registrato interamente nel loro Atlas Studio di Parigi, con gran dispiego di strumentazione analogica (moog, korg, fuzz box, theremin e altre chincaglierie d'antan) e il supporto del batterista Joey Waronker in session autarchiche, ispirate a uno stile quasi da jam. "Volevamo un album molto energetico, vivo e dissoluto" aveva detto Godin. Ma in dissoluzione sembra essere principalmente la loro verve compositiva. Con rare eccezioni, infatti, l'album si consegna a un suono stereotipato da chill out fuori tempo massimo, finendo col ripiegare in retroguardia anche rispetto a quei gruppi che proprio dalle rivoluzionarie intuizioni degli Air avevano preso l'abbrivio.

Che manchino l'immediatezza e gli hit di "Moon Safari" si poteva intuire anche solo dai due singoli scelti ad anticipare l'album: lo sci-fi di "Do The Joy" (anteprima solo in download), col suo vocalizzo robotico avvolto in una melodia di synth da B-movie, e "Sing Sang Sung", ninnananna spaziale lontana diversi anni luce dalla soave levità d'una "Kelly Watch The Stars".

Il resto dell'album non si discosta troppo da questa sofisticata vacuità. Prendiamo una "Love", ovvero il battito bossa-disco della "Rock Your Baby" di George McCrae anestetizzato tra sospiri zuccherosi da lounge-music, o la non meno convenzionale "So Light In Her Footfall", dove tra chitarre acide e synth retrò si inneggia all'Inghilterra con tanto di citazione dal "Canterville Ghost" di Oscar Wilde, nonché quello che forse è il numero più ambizioso dell'album: "Tropical Disease", quasi sette minuti di electro-psych-jazz da bicchiere di Bacardi, che assemblano sax, piano, xilofono e flauto, nonché uno dei più terribili versi mai sussurrati da Dunckel ("Woman/ Make me feel... warm inside"). E a riaccendere le luci delle lavalamp non bastano i tentativi di rinfrescare il sound con la wave sincopata di "Missing The Light Of The Day", la pulsazione afro-exotica di "Night Hunter" o i languori be-bop da club parigino di "African Velvet".

Va un po' meglio quando i due alzano il ritmo, come nel mantra kraut di "Be A Bee" - chitarre spaghetti-western e vocoder che ronza cupo tra i synth distorti, per un esperimento bislacco ma sicuramente apprezzabile - o nell'incalzante strumentale di "Eat My Beat", che pare uscito da un film di James Bond degli anni 60. Niente di paragonabile alle apoteosi orrorifiche di "The Virgin Suicides", beninteso, ma quantomeno un segnale di vita in mezzo a tanta leziosa artificiosità.
Poi però arriva la traccia numero 7 e verrebbe quasi voglia di rimangiarsi tutto: "Heaven's Light" sprigiona una melodia celestiale e struggente, di quelle che riescono solo a loro, mentre un possente rullante prelude a un tripudio di tastiere, in una ideale ascensione verso la luce. Polvere di stelle dall'abbacinante appeal melodico, che si va ad aggiungere idealmente alla scia luminosa lasciata dal duo in questi dieci anni.

Non si può, tuttavia, non chiedere qualcosa di più a due fuoriclasse come Dunckel e Godin, né dimenticare i troppi passaggi a vuoto di un disco che, ad oggi, si colloca al punto più basso della loro carriera stellare. Più che il mondo visto attraverso una coppa di champagne, "Love 2" assomiglia a quelle palle di vetro con la neve dentro: un souvenir un po' kitsch del bel sound che fu.

(05/10/2009)



  • Tracklist
  1. Do The Joy
  2. Love
  3. So Light Is Her Footfall
  4. Be A Bee
  5. Missing The Light Of The Day
  6. Tropical Disease
  7. Heaven's Light
  8. Night Hunter
  9. Sing Sang Sung
  10. Eat My Beat
  11. You Can Tell It To Everybody
  12. African Velvet
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